È difficile, da lontano, capire quanto ci sia di vero, di esagerato o di falso nelle accuse mosse alla famiglia anglo-austrialiana che abita nei boschi d’Abruzzo. Sappiamo che da circa un anno è sotto lo scrutinio delle istituzioni, nelle cui relazioni si parla di «sostanziale abbandono in cui si trovano i minori» e di «preoccupante negligenza genitoriale, con particolare riguardo all’istruzione dei figli e alla vita di relazione degli stessi». Il sindaco del Comune in cui vive la famiglia riporta invece che i figli della coppia sarebbero «curati, come tutti gli altri, affettuosi con i genitori e che giocavano con gli altri bambini». In quanto all’istruzione, il Ministero preposto ha dichiarato che «risulta regolarmente espletato l'obbligo scolastico» dei bambini «attraverso l'educazione domiciliare legittimata dalla Costituzione e dalle leggi vigenti e tramite l'appoggio ad una scuola autorizzata».
L’ordinanza del tribunale dell’Aquila denuncia specialmente il presunto isolamento dei minori riportando anche un corposo sunto della letteratura scientifica sui danni della mancata socializzazione. Lo sforzo è lodevole e pertinente. Ma alla luce delle motivazioni esposte e del dispositivo adottato si sarebbe forse dovuta prendere in esame anche l’altrettanto robusta, autorevole e concorde letteratura sugli effetti, anche in ambito relazionale, della separazione precoce dei figli dai genitori e del loro ricovero in strutture.
Da quasi un secolo la comunità scientifica certifica infatti che «gli effetti della separazione genitori-figli sono costantemente negativi per lo sviluppo socio-emotivo, il benessere e la salute mentale dei bambini» (Waddoups, Yoshikawa et al., 2019, DOI:10.1146/annurev-devpsych-121318-085142). Già almeno dagli inizi degli anni '50 del secolo scorso John Bowlby, il padre della teoria dell'attaccamento, si era occupato del fenomeno in numerosi saggi e specialmente nel rapporto all'OMS Maternal Care and Mental Health (1951), diventato poi un classico della psicologia evolutiva. Trattando della separazione dei figli dalla figura materna, scriveva che
il conseguente turbamento dell’organizzazione psichica sollecita una varietà di risposte, spesso ripetitive e cumulative, i cui prodotti finali sono sintomi di nevrosi e instabilità del carattere. La privazione completa, di cui ci occuperemo principalmente in questo rapporto, ha effetti ancora più profondi sullo sviluppo del carattere e può compromettere del tutto la capacità di instaurare relazioni.
La ricerca empirica più recente ha confermato che «la separazione in età infantile dai genitori è positivamente correlata a sintomi depressivi e a un rischio significatvamente più alto di malattie psichiche» (Zhao et al., 2023, DOI:10.1111/desc.13324; Honghua et al., 2024, DOI:10.1186/s13034-024-00769-1; Fellmeth et al., 2018, DOI:10.1016/FS0140-6736(18)32558-3; Furukawa et al., 1999, DOI:10.1016/S0165-0327(98)00054-8) e che «qualsiasi forma di assistenza extradomestica [dei minori] aumenta la probabilità di peggiorare il funzionamento atteso nei tre ambiti delle condizioni socioeconomiche, delle relazioni famigliari e delle condizioni abitative… i risultati più negativi sono stati osservati in coloro che hanno una storia di assistenza residenziale» (Sacker, Lacey et al., 2022, DOI:10.1016/j.childyouth.2021.106300).
Patricia Crittenden, una delle massime autorità viventi in attaccamento e traumi precoci, autrice del Dynamic-Maturational Model (DMM) utilizzato a livello internazionale da clinici, ricercatori e servizi di protezione dell’infanzia, scrive che
gli effetti [della separazione dai genitori] sono universalmente negativi, non variano in base al motivo della separazione e includono: cambiamenti neurologici dovuti al trauma psicologico, maturazione sessuale precoce, abuso fisico e sessuale, trascuratezza, ritardi scolastici, scarse relazioni con i coetanei, sintomi psicosomatici, disturbi psichiatrici e problemi comportamentali come depressione, ansia, devianza, autolesionismo, abuso di sostanze e comportamenti sessuali inappropriati. (Crittenden, Spieker, 2023, DOI:10.5772/intechopen.1002940).
Nello specifico, una lunga linea di ricerca ha dimostrato che la sicurezza del legame con i caregiver primari si associa a un'accresciuta abilità relazionale con i coetanei (cfr. la metanalisi di Groh et al., 2014, DOI:10.1080/14616734.2014.883636). Recidere o indebolire in modo significativo quel legame allo scopo di promuovere la socializzazione sarebbe dunque inconseguente, al netto degli altri problemi.
Non meno ampio è il consenso circa il fatto che «i bambini che entrano in strutture di accoglienza in tenera età sviluppano una serie di problemi emotivi, sociali, comportamentali e scolastici che persistono nel tempo (Berrick et al., 1997, DOI:10.1086/604250; Rutter, 2002, DOI:10.1016/S0190-7409(00)00116-X)». Effetti spesso irreversibili in quanto «la privazione di un attaccamento stabile altera irrevocabilmente il circuito cerebrale del bambino (Nelson, 2007, DOI:10.1111/j.1750-8606.2007.00004.x)» (cit. in Richter et al., 2010, DOI:10.1080/17450128.2010.487124).
Johanna Bick e Charles Nelson, ricercatori pediatrici della Harvard Medical School, hanno passato in rassegna la letteratura degli ultimi vent’anni sugli effetti neurobiologici osservati nei minori istituzionalizzati (Bick et al., 2015, DOI:10.1038/npp.2015.252). Nelle strutture, scrivono, i bambini
vivono tipicamente un’esperienza di accudimento “atipica per la specie”, perché sono privati della possibilità di sviluppare relazioni di attaccamento con figure di riferimento stabili e primarie. Nell’ambito della crescita in istituto, inoltre, i bambini non ricevono gli stimoli sensoriali, cognitivi, linguistici ed emotivi fondamentali che sostengono il normale sviluppo cerebrale. Questa grave deprivazione psicosociale comporta compromissioni in diversi ambiti dello sviluppo, che vanno da una scarsa crescita fisica a ritardi cognitivi, fino a un aumento del rischio di disturbi psichiatrici.
Le risonanze magnetiche hanno evidenziato nei bambini cresciuti in istituto «dimensioni della testa più piccole e riduzioni associate nei volumi cerebrali, diminuzione della quantità totale di sostanza grigia e di sostanza bianca». Inoltre «una riduzione dello spessore della corteccia orbitofrontale» e quindi un’alterazione della funzione regolatoria delle emozioni e delle interazioni sociali; «riduzioni dei volumi cerebellari con conseguenti difficoltà nel controllo cognitivo e nella memoria»; diverse alterazioni connettive della materia bianca «associate a un aumento del rischio di sintomi esternalizzanti, a uno scarso funzionamento esecutivo e a ritardi nello sviluppo del linguaggio»; alterazioni funzionali dei controlli inibitori e della risposta agli stimoli emotivi e sociali, come evidenziato dai livelli più elevati di attivazione dell’amigdala.
È un po' imbarazzante ricorrere agli autori per dimostrare ciò che chiunque sentirebbe istintivamente come ovvio. Sicché anch’io, come il sindaco di Palmoli, resto attonito e mi chiedo con una certa angoscia perché «per riparare a un danno, ammesso che sia tale, si crea nei bambini un trauma di cui si ricorderanno per tutta la vita». Si è letto che quei genitori sarebbero svalvolati, fricchettoni green, fanatici e fuori dal mondo, inaffidabili, esibizionisti, provocatori, irrispettosi delle istituzioni. Si è eccepito su pozzi, infissi, squadratura dei muri, vaccinazioni, bilanci di crescita, competenze linguistiche e sociali. Può essere tutto vero, lo si vedrà, e confesso di essere rimasto anch’io disturbato dall’apparente indisponibilità della coppia al compromesso. Ma facendo la tara al tanto e troppo che le si rimprovera per mera antipatia del diverso, la somma di queste eventuali manchevolezze tecniche, legali e caratteriali non varrebbe un'unghia di ciò che stanno patendo gli unici personaggi incolpevoli di questa storia.
Non
contesto il dovere della comunità di intervenire tramite le
istituzioni per reprimere e prevenire i mali, ma piuttosto la
gerarchia dei beni implicata. Nella pur dettagliata motivazione dell'ordinanza, frutto di molti mesi di osservazione, non si fa cenno a problemi di trascuratezza affettiva. Non si dichiarano segnali di evitamento, paura, ritiro, ipervigilanza. Non si menzionano le violenze psicologiche, le percosse e gli abbandoni emotivi che subiscono tanti coetanei nei più accessoriati vani di condomini e villette. Al contrario, il sindaco riferisce che i bambini erano «amati, affettuosi, puliti e ben tenuti». Se è così, questi piccoli sono stati privati di un bene di ordine superiore con il
rischio di subire danni scientificamente ben documentati, più
numerosi e più gravi di quelli paventati. Mi disorienta perciò non
solo il dispositivo dell’ordinanza, ma più ancora il dibattito che si è
scatenato intorno, tutto centrato sull’indizio ideologico, sullo
psicogramma dei protagonisti e sulla declamazione di una quache pedagogia perfetta che ciascuno si è sentito in obbligo
di contrapporre, forse anche per credersi immune da questi rischi
protestando la propria «normalità».
Ma il pachiderma nella stanza non lascia spazio alle idee. Di fronte alla carezza di una
madre che scaccia gli incubi
dalla fronte dei suoi bimbi, infila loro i vestitini all’alba e li
rincuora quando hanno la febbre; di fronte alle braccia di un padre
che solleva i suoi piccoli perché non inciampino e li fa sentire al
sicuro tra le mura di casa; ebbene di fronte a questo non esistono scuole di pensiero, perché qui sta il cuore di ciò che radica l’essere umano e
gli dà stabilità e vita. La
dialettica che si delinea è capitale. Riconoscere o trascurare
questi misteri di carne al di là delle tensioni sociali segna il perimetro dell'umanità e quindi anche la linea più originaria, universale e profonda che separa il bene dal male.
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