<?xml version="1.0" encoding="utf-8"?><feed xmlns="http://www.w3.org/2005/Atom"><link rel='alternate'>https://ilpedante.info/</link><link rel='self'>https://ilpedante.info/rss</link><title>Il Pedante</title><language>it</language><id>https://ilpedante.info/</id><author><name>Il Pedante</name><email>ilpedante@riseup.net</email><uri>https://ilpedante.info/</uri></author><entry><title>Rousseau in Abruzzo</title><id>rousseau-in-abruzzo</id><updated>2025-12-01 18:16:48</updated><rights>CC-BY-SA</rights><link href="https://ilpedante.info/post/rousseau-in-abruzzo"/><content type="html">&lt;p&gt;È difficile, da lontano, capire quanto ci sia di vero, di esagerato
    o di falso nelle accuse mosse alla famiglia anglo-austrialiana che
    abita nei boschi d’Abruzzo. Sappiamo che da circa un anno è sotto
    lo scrutinio delle istituzioni, nelle cui relazioni si parla di
    «sostanziale abbandono in cui si trovano i minori» e di
    «preoccupante negligenza genitoriale, con particolare riguardo
    all’istruzione dei figli e alla vita di relazione degli stessi».
    Il sindaco del Comune in cui vive la famiglia riporta invece che i figli della coppia sarebbero&amp;nbsp;«curati, come tutti gli altri, affettuosi con i genitori e che
    giocavano con gli altri bambini». In quanto all’istruzione, il
    Ministero preposto ha dichiarato che «risulta regolarmente espletato
    l&#039;obbligo scolastico» dei bambini «attraverso l&#039;educazione
    domiciliare legittimata dalla Costituzione e dalle leggi vigenti e
    tramite l&#039;appoggio ad una scuola autorizzata».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’ordinanza del tribunale dell’Aquila denuncia specialmente il
    presunto isolamento dei minori riportando anche un corposo sunto
    della letteratura scientifica sui danni della mancata
    socializzazione. Lo sforzo è lodevole e pertinente. Ma alla luce delle motivazioni esposte e del
    dispositivo adottato si sarebbe forse dovuta prendere in esame anche
    l’altrettanto robusta, autorevole e concorde letteratura sugli
    effetti,&amp;nbsp;&lt;em&gt;anche in ambito
        relazionale&lt;/em&gt;,&amp;nbsp;della separazione precoce dei figli dai
    genitori e del loro ricovero in strutture.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Da quasi un secolo la comunità scientifica certifica infatti che «gli
    effetti della separazione genitori-figli sono costantemente negativi
    per lo sviluppo socio-emotivo, il benessere e la salute mentale dei
    bambini» (&lt;strong&gt;Waddoups&lt;/strong&gt;,
    &lt;strong&gt;Yoshikawa&lt;/strong&gt; et al., 2019, &lt;a href=&quot;https://doi.org/10.1146/annurev-devpsych-121318-085142&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;DOI:10.1146/annurev-devpsych-121318-085142&lt;/a&gt;). Già almeno dagli inizi degli anni &#039;50 del secolo scorso &lt;strong&gt;John Bowlby&lt;/strong&gt;, il padre della teoria dell&#039;attaccamento, si era occupato del fenomeno in numerosi saggi e specialmente nel rapporto all&#039;OMS &lt;em&gt;Maternal Care and Mental Health &lt;/em&gt;(1951), diventato poi un classico della psicologia evolutiva. Trattando della separazione dei figli dalla figura materna, scriveva che
&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;il conseguente turbamento dell’organizzazione psichica sollecita una varietà di risposte, spesso ripetitive e cumulative, i cui prodotti finali sono sintomi di nevrosi e instabilità del carattere. La privazione completa, di cui ci occuperemo principalmente in questo rapporto, ha effetti ancora più profondi sullo sviluppo del carattere e &lt;strong&gt;può compromettere del tutto la capacità di instaurare relazioni&lt;/strong&gt;.&lt;/blockquote&gt;
&lt;p&gt;La ricerca empirica più recente ha confermato che «la separazione in età
    infantile dai genitori è positivamente correlata a sintomi
    depressivi e a un rischio significatvamente più alto di malattie
    psichiche» (&lt;strong&gt;Zhao&lt;/strong&gt; et al.,
    2023, &lt;a href=&quot;https://doi.org/10.1111/desc.13324&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;DOI:10.1111/desc.13324&lt;/a&gt;; &lt;strong&gt;Honghua&lt;/strong&gt;
    et al., 2024, &lt;a href=&quot;https://doi.org/10.1186/s13034-024-00769-1&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;DOI:10.1186/s13034-024-00769-1&lt;/a&gt;; &lt;strong&gt;Fellmeth&lt;/strong&gt;
    et al., 2018, &lt;a href=&quot;https://doi.org/10.1016/FS0140-6736(18)32558-3&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;DOI:10.1016/FS0140-6736(18)32558-3&lt;/a&gt;; &lt;strong&gt;Furukawa&lt;/strong&gt;
    et al., 1999, &lt;a href=&quot;https://doi.org/10.1016/S0165-0327(98)00054-8&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;DOI:10.1016/S0165-0327(98)00054-8&lt;/a&gt;) e che «qualsiasi
    forma di assistenza extradomestica [dei minori] aumenta la
    probabilità di peggiorare il funzionamento atteso nei tre ambiti
    delle condizioni socioeconomiche, delle relazioni famigliari e delle
    condizioni abitative… i risultati più negativi sono stati
    osservati in coloro che hanno una storia di assistenza residenziale»
    (&lt;strong&gt;Sacker&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;Lacey&lt;/strong&gt;
    et al., 2022, &lt;a href=&quot;https://doi.org/10.1016/j.childyouth.2021.106300&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;DOI:10.1016/j.childyouth.2021.106300&lt;/a&gt;).





&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Patricia Crittenden&lt;/strong&gt;, una delle massime autorità viventi in
    attaccamento e traumi precoci, autrice del Dynamic-Maturational
    Model (DMM) utilizzato
    a livello internazionale da clinici, ricercatori e servizi di
    protezione dell’infanzia, scrive che




&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;gli effetti [della separazione dai genitori] sono universalmente negativi, non
    variano in base al motivo della separazione e includono: cambiamenti
    neurologici dovuti al trauma psicologico, maturazione sessuale
    precoce, abuso fisico e sessuale, trascuratezza, ritardi scolastici,
    &lt;strong&gt;scarse relazioni con i coetanei&lt;/strong&gt;, sintomi psicosomatici,
    disturbi psichiatrici e problemi comportamentali come depressione,
    ansia, devianza, autolesionismo, abuso di sostanze e comportamenti
    sessuali inappropriati. (&lt;strong&gt;Crittenden&lt;/strong&gt;,
    &lt;strong&gt;Spieker&lt;/strong&gt;, 2023, &lt;a href=&quot;https://doi.org/10.5772/intechopen.1002940&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;DOI:10.5772/intechopen.1002940&lt;/a&gt;).
&lt;/blockquote&gt;
&lt;p&gt;Nello specifico, una lunga linea di ricerca ha dimostrato che la sicurezza del legame con i caregiver primari ha un ruolo centrale nello sviluppo delle abilità relazionale con i coetanei (cfr. la metanalisi di &lt;strong&gt;Groh &lt;/strong&gt;et al., 2014, &lt;a href=&quot;https://doi.org/10.1080/14616734.2014.883636&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;DOI:10.1080/14616734.2014.883636&lt;/a&gt;). Recidere o indebolire in modo significativo quel legame allo scopo di promuovere la socializzazione sarebbe dunque inconseguente, al netto degli altri problemi.&lt;br&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non meno ampio è il consenso circa il fatto che «i bambini che
    entrano in strutture di accoglienza in tenera età sviluppano una
    serie di problemi emotivi, sociali, comportamentali e
    scolastici che persistono nel tempo (&lt;strong&gt;Berrick&lt;/strong&gt;
    et al., 1997, &lt;a href=&quot;https://doi.org/10.1086/604250&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;DOI:10.1086/604250&lt;/a&gt;; &lt;strong&gt;Rutter&lt;/strong&gt;,
    2002, &lt;a href=&quot;https://doi.org/10.1016/S0190-7409(00)00116-X)&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;DOI:10.1016/S0190-7409(00)00116-X)&lt;/a&gt;». Effetti spesso
    irreversibili in quanto «la privazione di un attaccamento stabile
    altera irrevocabilmente il circuito cerebrale del bambino (&lt;strong&gt;Nelson&lt;/strong&gt;,
    2007, &lt;a href=&quot;https://doi.org/10.1111/j.1750-8606.2007.00004.x&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;DOI:10.1111/j.1750-8606.2007.00004.x&lt;/a&gt;)» (cit. in&amp;nbsp;&lt;strong&gt;Richter&lt;/strong&gt;
    et al., 2010, &lt;a href=&quot;https://doi.org/10.1080/17450128.2010.487124&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;DOI:10.1080/17450128.2010.487124&lt;/a&gt;).
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Johanna
        Bick&lt;/strong&gt; e &lt;strong&gt;Charles Nelson&lt;/strong&gt;, ricercatori pediatrici della
    Harvard Medical School, hanno passato in rassegna la letteratura
    degli ultimi vent’anni sugli effetti neurobiologici osservati nei
    minori istituzionalizzati (&lt;strong&gt;Bick&lt;/strong&gt;
    et al., 2015, &lt;a href=&quot;https://doi.org/10.1038/npp.2015.252&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;DOI:10.1038/npp.2015.252&lt;/a&gt;). Nelle strutture, scrivono,
    i bambini
&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;vivono tipicamente un’esperienza di accudimento “atipica per la
    specie”, perché sono privati della possibilità di sviluppare
    relazioni di attaccamento con figure di riferimento stabili e
    primarie. Nell’ambito della crescita in istituto, inoltre, i
    bambini non ricevono gli stimoli sensoriali, cognitivi, linguistici
    ed emotivi fondamentali che sostengono il normale sviluppo cerebrale.
    Questa grave deprivazione psicosociale comporta compromissioni in
    diversi ambiti dello sviluppo, che vanno da una scarsa crescita
    fisica a ritardi cognitivi, fino a un aumento del rischio di disturbi
    psichiatrici.

&lt;/blockquote&gt;
&lt;p&gt;



    Le risonanze magnetiche hanno evidenziato nei bambini cresciuti in
    istituto «dimensioni della testa più piccole e riduzioni associate
    nei volumi cerebrali, diminuzione della quantità totale di sostanza
    grigia e di sostanza bianca». Inoltre «una riduzione dello spessore
    della corteccia orbitofrontale» e quindi un’alterazione della
    funzione regolatoria delle emozioni e delle interazioni sociali;
    «riduzioni dei volumi cerebellari con conseguenti difficoltà nel
    controllo cognitivo e nella memoria»; diverse alterazioni connettive
    della materia bianca «associate a un aumento del rischio di sintomi
    esternalizzanti, a uno scarso funzionamento esecutivo e a ritardi
    nello sviluppo del linguaggio»; alterazioni funzionali dei controlli
    inibitori e della risposta agli stimoli emotivi e sociali, come
    evidenziato dai livelli più elevati di attivazione dell’amigdala.
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;


    È un po&#039; imbarazzante ricorrere agli autori per dimostrare ciò che chiunque sentirebbe
    istintivamente come ovvio. Sicché anch’io, come il sindaco di
        Palmoli, resto attonito e mi chiedo con una certa angoscia perché «&lt;strong&gt;per
        riparare a un danno, ammesso che sia tale, si crea nei bambini un
        trauma di cui si ricorderanno per tutta la vita&lt;/strong&gt;». Si è letto che
        quei genitori sarebbero svalvolati, fricchettoni green,
        fanatici e
        fuori dal mondo, inaffidabili, esibizionisti, provocatori, irrispettosi
        delle istituzioni. Si è eccepito
        su
        pozzi, infissi, squadratura
        dei muri, vaccinazioni,
        bilanci di crescita, competenze linguistiche e sociali. Può
        essere tutto vero, lo si vedrà, e confesso di essere rimasto anch’io
        turbato dall’apparente indisponibilità della coppia al
        compromesso. Ma facendo la tara al tanto e troppo che
        le si rimprovera per mera antipatia del diverso, la somma di queste
        eventuali manchevolezze tecniche, legali e caratteriali non varrebbe
        un&#039;unghia di ciò che stanno patendo gli unici personaggi
        incolpevoli di questa storia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non
    contesto il dovere della comunità di intervenire tramite le
    istituzioni per reprimere e prevenire i mali, ma piuttosto la
    gerarchia dei beni implicata. Nella pur dettagliata motivazione dell&#039;ordinanza, frutto di molti mesi di osservazione, non si fa cenno a problemi di trascuratezza affettiva. Non si dichiarano segnali di evitamento, paura, ritiro, ipervigilanza. Non si menzionano le violenze&amp;nbsp;psicologiche, le percosse e gli abbandoni emotivi che subiscono tanti coetanei nei più accessoriati vani di condomini e villette. Al contrario,&amp;nbsp;il sindaco riferisce che i bambini erano&amp;nbsp;«amati, affettuosi, puliti e ben tenuti». Se è così, questi piccoli sono stati privati di un bene di ordine superiore con il
    rischio di subire danni scientificamente ben documentati, più
    numerosi e più gravi di quelli paventati. Mi disorienta perciò non
    solo il dispositivo dell’ordinanza, ma più ancora il dibattito che si è
    scatenato intorno, tutto centrato sull’indizio ideologico, sullo
    psicogramma dei protagonisti e sulla declamazione di una quache pedagogia perfetta che ciascuno si è sentito in obbligo
    di contrapporre, forse anche per credersi immune da questi rischi
    protestando la propria «normalità».&lt;br&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma il pachiderma nella stanza non lascia spazio alle idee. Di fronte alla carezza di una
    madre che scaccia gli incubi
    dalla fronte dei suoi bimbi, infila loro i vestitini all’alba e li
    rincuora quando hanno la febbre; di fronte alle braccia di un padre
    che solleva i suoi piccoli perché non inciampino e li fa sentire al
    sicuro tra le mura di casa; ebbene di fronte a questo non esistono scuole di pensiero, perché qui sta il cuore di ciò che radica l’essere umano e
    gli dà stabilità e vita. La
    dialettica che si delinea è capitale. Riconoscere o trascurare
    questi misteri di carne al di là delle tensioni sociali segna il perimetro dell&#039;umanità e quindi anche la linea&amp;nbsp;più originaria, universale e profonda che separa il bene dal male.&lt;br&gt;&lt;/p&gt;</content><author><name>Il Pedante</name><email>ilpedante@riseup.net</email><uri>https://ilpedante.info/</uri></author></entry><entry><title>Seul o le 120 giornate</title><id>seul-o-le-120-giornate</id><updated>2025-06-10 10:24:10</updated><rights>CC-BY-SA</rights><link href="https://ilpedante.info/post/seul-o-le-120-giornate"/><content type="html">&lt;p&gt;Per una tortuosa evoluzione degli algoritmi, forse per aver cercato in una stessa sessione notizie sul cinema coreano e sui sistemi di parental control, o per qualche altro motivo, la piattaforma YouTube mi ha proposto un breve filmato di una giovane psicologa che non conoscevo e che non cito, di una fondazione per la tutela dell&#039;infanzia che non conoscevo e non cito, sulla serie televisiva sudcoreana &lt;em&gt;Squid Game&lt;/em&gt;. Che pure non conoscevo, non usando la televisione da quasi vent&#039;anni.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mi sono incuriosito e ho guardato alcuni spezzoni del prodotto. Di cui non posso dare un giudizio tecnico, ma che in una più ampia tassonomia delle rappresentazioni collocherei senz&#039;altro nel novero delle &lt;em&gt;visiones inferorum&lt;/em&gt;, ancorché in un vestito laico e moralmente agnostico – cioè gratuito. Più che un&#039;idea narrativa, la trama della serie è un pretesto per gozzovigliare in ogni gradazione di male morale: odio, brutalità, invidia, sadismo, materialità, egoismo, degrado, tradimento, rancore, terrore. In una siffatta antropologia della disperazione, dove gli esseri umani spogliati del barlume divino diventano insetti come i nudi dannati di &lt;strong&gt;Bosch &lt;/strong&gt;e demoni gli uni degli altri, la violenza fisica è davvero l&#039;ultimo dei problemi. Non è che il corollario di una  violenza epistemica più profonda, di bandire ogni traccia di bene. È questo, non quello dello &lt;em&gt;splatter&lt;/em&gt; in alta definizione, il danno che si vuole infliggere all&#039;anima frustrandone un&#039;inclinazione imperfetta, ma vitale. Chiarita  la matrice, non ci sarebbe altro da aggiungere se non, con un un altro esploratore averno, «misericordia e giustizia li sdegna; non ragioniam di lor, ma guarda e passa». &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Si capirà allora la mia sorpresa – e la mia ignoranza dei trend psicologi, oltreché cinematografici – all&#039;udire le raccomandazioni che la citata dottoressa rivolge a genitori ed educatori, oltre a quello più ovvio di «evitare di mostrare la serie TV» ai «bambini sotto l&#039;età consigliata». Bontà sua: nel nostro Paese la visione è &lt;em&gt;vietata &lt;/em&gt;ai minori di 14 anni (quindi non solo ai bambini) e nel resto del mondo ai minori di 15 (UK), 16 (Spagna, Francia, Austria, Brasile), 17 (Stati Uniti) o 18 (Germania, India, alcuni Stati australiani) anni. In Corea, dove la serie è prodotta, vigono sanzioni per chi la mostra ai più giovani di 19 anni. Insomma, la psicologia dell&#039;età evolutiva, che pure reclama dignità di scienza, cambia a seconda del passaporto. Prosegue l&#039;esperta: per quanto  riguarda&amp;nbsp;invece i «ragazzi preadolescenti» (che, lo ripetiamo a lei e a chi legge, &lt;em&gt;non&lt;/em&gt; possono guardare il programma) e «adolescenti» il consiglio sarebbe «innanzitutto quello di provare a vedere la serie per avere coscienza dei contenuti» e successivamente «di parlarne insieme a loro... per attivare un dibattito... e capire un po&#039; quali siano state le emozioni che abbiano provato». «Tutto questo», conclude, «per dire che il problema non sta direttamente in &lt;em&gt;Squid game &lt;/em&gt;». Il video si chiude e resta una domanda:&amp;nbsp;perché? Perché un genitore dovrebbe trangugiare veleno e condividerlo coi propri figli? «Quale padre... se il figlio gli chiede un pesce gli darà una serpe»? E poi lo interroga, per vedere l&#039;effetto che fa? Boh.&amp;nbsp; E in generale: perché il male dovrebbe essere un divertimento e non proprio un «problema» di cui è già abbastanza generosa la vita, non uno schifo da contenere con azioni, raffigurazioni e concezioni di segno opposto?&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mi rendo conto che l&#039;ultima domanda è ingenua. Questi spettacoli hanno un pubblico perché soddisfano un bisogno, per indagare il quale bisognerebbe addentrarsi in certi abissi che richiedono tempo, competenza e coraggio. Ma che si tratti almeno di abissi problematici mi sembra confermato da una scoperta che ho fatto mentre mi documentavo sul fenomeno. Tra i più pensosi cultori del programma, apprendo, dilagherebbe una lettura accreditata dal suo stesso ideatore&amp;nbsp;&lt;strong&gt;Hwang Dong-hyuk&lt;/strong&gt;, secondo la quale in quei drammi si metterebbero allegoricamente in scena le brutture morali della società capitalistica: materialismo, competizione e diseguaglianze, che proprio in Corea toccherebbero vette estreme. La serie &lt;em&gt;Squid Game&lt;/em&gt;, prodotta e distribuita da un colosso del capitalismo mediatico che fattura oltre 30 miliardi di dollari all&#039;anno, nasconderebbe dunque una raffinata denuncia anticapitalistica.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ermeneuticamente parlando, questa però è una sciocchezza. Va da sé che tutte le rappresentazioni del male rimandino a mali reali, se non in senso storico almeno in senso morale. L&#039;arte può inventare l&#039;atto, non il vizio. Sicché, nel suo alludere &lt;em&gt;sempre &lt;/em&gt;a un vissuto – direttamente o indirettamente, realisticamente o figurativamente – la mera rappresentazione non può   integrare da sé una denuncia, altrimenti sarebbero generi impegnati anche i videogiochi sparatutto, gli spettacoli sadomaso e i film horror. Serve dell&#039;altro. Come nelle denunce sporte alle autorità si citano gli articoli violati, così nelle denunce morali occorre dichiarare la norma infranta in modo esplicito o, come più spesso accade nelle produzioni artistiche, implicito, introducendo ad esempio un eroe positivo, un testimone viruoso, un narratore orientato, un riferimento ideale ecc. Senza questa cornice didascalica è lecito immaginare un messaggio, ma è altrettanto lecito immaginarne un altro, o il suo contrario. O che non vi sia alcun messaggio.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La denuncia di un fatto, come è un fatto la società capitalistica in certe sue declinazioni, non si sposa con la rappresentazione fantastica. La sua crudezza deve essere realistica se non cronachistica, avendo appunto lo scopo di focalizzare l&#039;attenzione del pubblico su un fatto vero o verosimile ma scomodo, rimosso, negato. Una denuncia (di qualsiasi tipo) è efficace se è scevra dalle esagerazioni e dalle censure che caratterizzano gli scenari onirici, dove invece si riflettono i paesaggi interiori dell&#039;autore:  le sue speranze, i suoi timori, le sue ossessioni, i suoi vissuti trasfigurati, il modo insomma in cui si percepisce nella realtà secondo criteri di cui la realtà è solo un innesco seminale. Giacché la violenza si agisce nei sistemi sociali di ogni epoca, di ogni luogo e di ogni colore politico, un autore (e un pubblico) che ne è attratto troverà sempre materiali per dipingerla. Ad esempio, ne &lt;em&gt;Le 120 giornate di Sodoma&lt;/em&gt;, che si iscrive nello stesso filone di pretesi &lt;em&gt;j&#039;accuse &lt;/em&gt;truculenti, alcuni hanno visto una denuncia della spietatezza nazifascista. Con più onesta, lo stesso&amp;nbsp;&lt;strong&gt;Pier Paolo Pasolini&lt;/strong&gt; &lt;a href=&quot;https://www.cittapasolini.com/pasolini-archivio-chi-sono&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;spiegò&lt;/a&gt; invece che l&#039;opera svilupperebbe una riflessione sull&#039;archetipo dell&#039;«anarchia del potere». Ma veramente onesto sarebbe stato  riconoscervi  innanzitutto i fantasmi propri del regista incarnati nell&#039;involucro tutto contingente di un fatto storico tra gli altri (il fascismo) e antropologico tra gli altri (il potere). Un ritratto &lt;em&gt;di sé&lt;/em&gt; costruito con i pezzi del mondo, non &lt;em&gt;del&lt;/em&gt; mondo.&lt;br&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La&amp;nbsp;strumentalizzazione di un «messaggio» – che, scrive ancora &lt;strong&gt;Pasolini&lt;/strong&gt; a proposito del suo film, «è quasi sempre sclerotico, menzognero, pretestuale, ipocrita, anche quando è sincerissimo» – per magnificare l&#039;esibizione del male è il gemello oscuro di una specie più familare, di esibire e strumentalizzare il male per magnificare un messaggio. Lo si fa con certi martirii religiosi e civili, con le atrocità selettivamente attribuite a un nemico designato o a un perdente a cui negare pietà, con i drammi innocenti di cui, si dice oggi, «siamo tutti colpevoli». È il vizio antico di attivare la triade istintiva di raccapriccio, identificazione e difesa per attentare alla libertà critica del pubblico oltrepassandone il metabolismo razionale.&amp;nbsp; Ma se si accetta questa operazione è facile credere che la violenza narrata abbia &lt;em&gt;sempre&lt;/em&gt; qualcosa da insegnare, anche quando di quel qualcosa non c&#039;è traccia. Che ci &lt;em&gt;debba &lt;/em&gt;essere una lezione, e che &lt;em&gt;debba &lt;/em&gt;essere una lezione importante perché scomoda, come è scomoda la visione del male. Secoli di traumatismo didattico hanno scavato il solco: chi mostra il male significa il bene. E se non si vede, non si è cercato abbastanza.&lt;br&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Essendo antico, il vizio era già famigerato tra gli antichi. Affinché la tragedia espletasse con equilibrio la sua funzione didattica e catartica, &lt;strong&gt;Aristotele&lt;/strong&gt; raccomandava che le «cose terribili» (&lt;em&gt;τὰ φρικώδη&lt;/em&gt;) avvenissero fuori scena e fossero narrate da un messaggero (&lt;em&gt;Poetica&lt;/em&gt;, cap. XIV). Per &lt;strong&gt;Orazio&lt;/strong&gt;, la loro esibizione sul palco avrebbe suscitato solo incredulità e disgusto («incredulus odi», &lt;em&gt;Ars Poetica&lt;/em&gt;, vv. 185–188). Sarebbe facile capire che l&#039;orrore non può essere edificante proprio perché è  distruttivo. Produce condizionamento, non convinzione; manipolazione, non trasformazione. Imprime casomai un messaggio per avversione e difesa, siccome le percosse i lividi, e non può dunque farsi base di una ricerca desiderante del bene e degli strumenti per conseguirlo nella complessità.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Allora, perché il voyeurismo della depravazione? Non lo so. Ma, appunto, questa ansia di imprimergli o di estorcergli un insegnamento sembra lo scudo, poco credibile eppure creduto, di qualcosa che non deve mostrarsi. Una catarsi forse, ma non  aristotelica, senza margini per elaborare un antidoto o un senso che non sia appiccicaticcio e inventato. Non una presa di coscienza collettiva, ma la proiezione dell&#039;ombra singolare di chi guarda e spera di alleggerire le proprie paure e tentazioni collettivizzandole nella «viralità». Diventa allora un esorcismo, epperò monco e avventato, perché non ci sono esorcisti e poteri che dissipino gli spettri evocati, sicché questi dilagano invece di perdersi, infestano le sfere benevolenti e razionali del paziente e ne paralizzano la facoltà di reagire. Chi cerca il male ha dentro il male. Non è un&#039;accusa, ma un invito a spingersi nel &lt;em&gt;proprio &lt;/em&gt;buio con uno scopo e una mappa, possibilmente anche una guida, senza fingersi che il suo riflesso sia un prodotto d&#039;arte, un manifesto, un monito, uno svago o un gioco di società. Le piaghe vanno scoperte perché le si curi.&lt;/p&gt;</content><author><name>Il Pedante</name><email>ilpedante@riseup.net</email><uri>https://ilpedante.info/</uri></author></entry><entry><title>La guerra X</title><id>la-guerra-x</id><updated>2025-04-16 14:54:08</updated><rights>CC-BY-SA</rights><link href="https://ilpedante.info/post/la-guerra-x"/><content type="html">&lt;div class=&quot;epigrafe&quot;&gt;
    &lt;p&gt;Che si abbocchi o no alla lenza&lt;br&gt;è per tutti l&#039;emergenza:&lt;br&gt;per lo sciocco e per lo scaltro,&lt;br&gt;purché non si narri d&#039;altro.&lt;/p&gt;
    &lt;p&gt;(dalle &lt;a href=&quot;https://ilpedante.info//post/arie-pedanti-il-libro&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Arie pedanti&lt;/a&gt;)&lt;br&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;Che dire del nuovo vento di guerra, o almeno della sua prodromica corsa alle armi? E specialmente del fatto che non se ne sia mai parlato e che invece adesso siano priorità ineludibili, ovvie, vitali? Che per decenni si sia stati tanto distratti da ignorare un siffatto caposaldo della (sic) identità europea? Come spiegare a chi si risvegliasse oggi da un coma che s&#039;ha da discutere di portaerei, mortai e mortaretti per non essere ingenui e sfascisti? Francamente, boh. Di guerra non so nulla, se non ciò che mi ha riferito &lt;a href=&quot;https://ilpedante.info/post/il-candore-di-bardamu&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;uno che l&#039;ha fatta&lt;/a&gt; e di cui mi fido. Ma ne sapessi di più sarebbe persino peggio perché farei come chi abbocca alla lenza. Che si sa, ha un verme per ciascun pesce e un amo per ciascun verme.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Eppure qualcosa da dire ce l&#039;ha questo spericolato &lt;em&gt;coup de maître&lt;/em&gt; di chi regge il telecomando dell&#039;opinione telecomandata. In primis, appunto, la reattività di detta opinione, schermo spaventosamente vuoto e prono allo &lt;em&gt;zapping&lt;/em&gt;. E poi c&#039;è una svolta di metodo. Fino a ieri si evocavano a turno (insieme non si può, ché il palcoscenico dell&#039;attenzione è stretto) nemici tutto sommato atavici contro cui lottare: attentatori, sabotatori, microbi, untori, disastri naturali, rovine economiche, malvagi passati e presenti. Ora si evoca la lotta e basta. Il predicato senza l&#039;oggetto, o meglio con l&#039;oggetto intercambiabile come le punte del trapano. Bisogna armarsi. Contro chi? Ve lo faremo sapere, forse. L&#039;emergenza si astrae e diventa oggetto di sé, sì da non doversi logorare nell&#039;attrito con la realtà. Dalla piattaforma della &lt;strong&gt;malattia X&lt;/strong&gt;, quella che non si sa quale né quando né come sarà ma bisogna nondimeno «&lt;a href=&quot;https://www.who.int/podcasts/series/science-in-5/episode--114---disease-x&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;sviluppare vaccini, terapie e diagnosi&lt;/a&gt;», si è approdati alla &lt;strong&gt;guerra X&lt;/strong&gt;. La chiamano «preparedness», io la chiamo metaemergenza: l&#039;emergenza delle emergenze, l&#039;eccezione normale, l&#039;angoscia fonte del diritto.&lt;br&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Gli esseri umani prevedono il futuro studiando il passato ed è un bene. Ma se scelgono di viverci è diverso, c&#039;è un problema: scelgono di vivere nell&#039;inesistente. Diventa alienazione, delirio, anche virtualizzazione perché non tanto diverso da chi passa più tempo sugli schermi che tra cose e persone. E che a qualcuno faccia comodo comandare elidendo i bisogni presenti, cioè veri, o che qualcun altro ci ingrassi i forzieri nella deroga dei nessi causali, sono sviluppi eventuali che lascio agli eventuali lettori. Qui basterebbe ripetere con un Tale che «sufficit diei malitia sua».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Poi, lo ribadisco, non so davvero nulla di guerra. Ho studiato letteratura e mi ricordo alcuni passaggi di un testo letterario di cent&#039;anni fa che ho recensito &lt;a href=&quot;https://ilpedante.info/post/anteguerra&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;. Li riporto, casomai si preferisse ciò che è già stato sotto il sole alle X di ciò che forse, ce lo diranno, sarà:&lt;br&gt;&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;La nostra amicizia durava così da una mezza dozzina d&#039;anni... quando di colpo suonò su l&#039;Europa la campana a stormo della guerra.&lt;br&gt;&lt;br&gt;- Il tocchesana! – esclamò Donato correndomi incontro...&lt;br&gt;- E ora che si fa? – io dissi.&lt;br&gt;- Che si fa? S&#039;aspetta; poi quando l&#039;Italia entrerà anche lei nella partita, che spero non ci vorrà negare questo favore, prenderemo il nostro posto.&lt;br&gt;- E se ci mandano a batterci contro la Francia?&lt;br&gt;- Ed allora io non accetto! – fe&#039; Donato piantandosi le mani sui fianchi. – Vorrò un po&#039; vedere se sapranno obbligarmi a sparare contro la patria di Cezanne e di Laforgue!&lt;br&gt;&lt;br&gt;... io non avevo ragioni d&#039;odio particolari contro la Germania né potevo scordarmi Goethe e Schumann, ma ne avevo sentito dire tal roba da chiodi in casa di mio padre... Più che tutto, insomma, confidavo che fosse quella un&#039;occasione per l&#039;Italia di provar le sue forze, farsi udire, diventar grande e rispettata, e che questo, in qualunque modo lo si fosse ottenuto, era bene... &lt;br&gt;&lt;br&gt;Anche Donato s&#039;era fatto più calmo. A volte, nel suo studio si ragionava di questa sorte dell&#039;Italia.&lt;br&gt;&lt;br&gt;- Te lo voglio dire in confidenza, – mi diceva un giorno, – questa guerra non tanto mi piace perché ci darà Trento e Trieste e ci lascerà respirare più largo, ma per il vantaggio che verrà all&#039;Italia, quando l&#039;avrà combattuta e vinta, di trovarsi mescolata nel grande organismo europeo... se questo è il principio d&#039;una europeizzazione d&#039;Italia, ben venga...&lt;br&gt;- Il male si è, – soggiunsi dopo una breve pausa, – che chi regge l&#039;Italia è ancora il popolo... in Italia, purtroppo, è ancora il popolo che governa, che imprime i moti alla nazione. Gl&#039;intellettuali, poveretti, quelli che dovrebbero fornire i principi direttivi... appena il popolo fa la voce grossa scappano a rincantucciarsi nelle biblioteche... Ora tu vedi, Donato, ci sarà possibile con questa guerra arrivare ad europeizzare la classe dei dirigenti e la borghesia, ma il popolo! Non vedo come arriveremo a cavar vino europeo da questa botte nostrana.&lt;br&gt;- Non disperiamo, tuttavia. I tempi ci possono riserbare di gran sorprese... Alla peggio, apriremo dopo guerra una scuola popolare di sapienza internazionale.&lt;br&gt;- Non disperiamo.&lt;br&gt;&lt;/blockquote&gt;
&lt;p&gt;Naturalmente, questa volta è diverso.&lt;/p&gt;</content><author><name>Il Pedante</name><email>ilpedante@riseup.net</email><uri>https://ilpedante.info/</uri></author></entry><entry><title>Fughe nel Nord</title><id>fughe-nel-nord</id><updated>2025-03-29 19:04:49</updated><rights>CC-BY-SA</rights><link href="https://ilpedante.info/post/fughe-nel-nord"/><content type="html">&lt;p&gt;È una fortuna che non si sappia quanto è bella la Finlandia: i suoi tramonti limpidi che si trascinano fino all&#039;alba, i laghi che riflettono il cielo, le piste che tagliano la foresta, l&#039;erica, il mirtillo, il rosmarino di palude, le cattedrali di legno, i toponimi impronunciabili, l&#039;orlo del mondo che si sfilaccia nel legno, nell&#039;acqua e nel silenzio. È una fortuna che non lo si sappia, perché il più bello è proprio la sua solitudine e il lusso di stendersi nell&#039;assenza. Un lusso che a molti parrà un castigo: e anche questa è una fortuna. Per conoscere la Finlandia bisognerebbe andarci. In estate apre un ex aeroporto militare sul lato finnico della Carelia da cui partono solo voli per Bergamo. Due alla settimana, poi sbaracca e chiude fino al disgelo. Il compound ospita un museo aeronautico di cui non ho trovato le insegne e anche un ristorante, che però chiude alle 10. Di mattina. Comunque sia, non andateci. Anche perché c&#039;è un modo migliore di conoscerla e specialmente di conoscere la sua umanità ipogea:&amp;nbsp;leggere &lt;strong&gt;Arto Paasilinna&lt;/strong&gt;. &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Benché sia forse il più tradotto e venduto tra i suoi connazionali, &lt;strong&gt;Paasilinna&lt;/strong&gt; non sarà ricordato come uno sperimentatore, un &lt;em&gt;engagé&lt;/em&gt;, un metafisico o un esteta sublime. Ma non va letto per questo. Le sue fiabe moderne offrono il ritratto di una terra con la &lt;em&gt;lègeresse &lt;/em&gt;di certi modelli anglofoni (&lt;strong&gt;Jerome&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;Twain&lt;/strong&gt;) e l&#039;invenzione carnevalesca dei&amp;nbsp;&lt;em&gt;fablieaux &lt;/em&gt;medioevali. Le sue impressioni, anche le più macabre e dolorose, decantano nell&#039;inchiostro e si liberano in intrecci surreali o almeno improbabili che, se messi in fila nei ben trentasei romanzi pubblicati dal 1972 alla morte (2018), formano un catalogo vario e minuto dei caratteri, dei costumi e della geografia della Finlandia contemporanea. E non solo. &lt;br&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Paasilinna&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;non era un intellettuale. Proveniva da una famiglia modesta di Kittilä, una «città» lappone grande come l&#039;Umbria in cui vivono più o meno gli stessi abitanti di Simeri Crichi (CZ). In quel cratere lunare, dove mentre scrivo la stazione meteo segna meno venticinque, aveva&amp;nbsp;incominciato presto a lavorare come guardiaboschi e poi come cronista. Fece carriera nelle redazioni nazionali dove imparò a padroneggiare la scrittura, a conoscere il mondo e a raccontarlo intrattenendo i lettori. Poco più che trentenne conquistò la fama con il terzo romanzo, &lt;em&gt;L&#039;anno della lepre &lt;/em&gt;(1975), che un paio di anni dopo avrebbe anche ispirato un film di&amp;nbsp;&lt;strong&gt;Risto Jarva&lt;/strong&gt; (&lt;em&gt;Jäniksen vuosi&lt;/em&gt;, 1977). Nella versione cinematografica la trama ha però subito pesanti tagli e, a mio avviso, anche il messaggio è stato tradito, avendo il regista forzato una lettura anarco-ecologistica che non rende giustizia alla complessità dello scrittore. Si tratta comunque di una &lt;a href=&quot;https://rarefilmm.com/2018/08/janiksen-vuosi-1977/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;visione&lt;/a&gt; consigliata almeno per farsi un&#039;idea di quell&#039;estetica crepuscolare che proprio il narratore lappone ebbe il&amp;nbsp;genio di riformare.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;L&#039;anno della lepre &lt;/em&gt;è la storia di una «fuga nel bosco». Vatanen, il protagonista, è un pubblicitario frustrato di Helsinki che dopo un piccolo incidente automobilistico decide di lasciare il lavoro, la città e la moglie per darsi a vivere nella natura in compagnia di una lepre ammaestrata. Vagando nella sterminata periferia verde del Paese si imbatte in personaggi squinternati e situazioni grottesche, inciampando continuamente e suo malgrado nelle maglie ostili della civilizzazione. Approda infine in una landa sperduta della Lapponia dove si mantiene lavorando per un consorzio di allevatori di renne, ma anche lì è incredibilmente raggiunto da una delegazione di diplomatici internazionali in gita che, dopo avere rischiato di essere sbranati da un&#039;orso e arsi in un incendio, finiranno nudi con lui su un elicottero militare diretto all&#039;ospedale di Helsinki. Ritornato al nord dopo altre peripezie, si lancia all&#039;inseguimento dell&#039;orso che ha invaso la sua capanna. La marcia nell&#039;inverno artico, epicamente descritta, durerà giorni e lo porterà a sconfinare inavvertitamente in Russia, dove finalmente ucciderà l&#039;animale sulla superficie ghiacciata del Mar Bianco. Arrestato a piede libero dai sovietici, sarà raggiunto a Leningrado da una richiesta di estradizione del suo Paese, le cui autorità inverosimilmente occhiute hanno nel frattempo compilato un fascicolo con tutte le infrazioni amministrative, civili e penali accumulate durante i suoi vagabondaggi. Finirà in carcere, sarà assistito da una giovane amante, ricatterà il presidente della Repubblica e farà molte altre cose che, effettivamente, nessun film potrebbe riprodurre per intero.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Benché privo degli elementi fantastici che caratterizzeranno altre opere, il romanzo contiene già tutto il sistema estetico-morale dell&#039;autore. Perché &lt;strong&gt;Paasilinna&lt;/strong&gt; è, in effetti, uno scrittore che non evolve. La costanza del suo marchio di fabbrica rassicura i lettori (e gli editori) e il suo affresco si arricchisce solo degli inesauribili dettagli che il qui e ora offre alla curiosità di un giornalista in cerca di storie. Ma ciò non significa che sia stato un mestierante. Sotto il disincanto bonario del suo narrare pulsa l&#039;angoscia di esistere in un mondo diventato troppo grande e complesso per gli uomini. Sul suo umorismo incombe l&#039;ombra di una macchina produttiva e sociale in cui l&#039;individuo è impotente, irrilevante, svuotato. Perciò le sue trame pirotecniche mettono immancabilmente in scena personaggi in fuga che si sono disadattati quel tanto o poco che basta per trovarsi catapultati fuori dalle protezioni della quotidianità e dei ruoli per approdare a mondi più incerti, spesso pericolosi, dove però si dispiega una pienezza di possibilità. Lì trovano identità e forze sopite, realizzano imprese titaniche, escogitano soluzioni inimmaginate, intessono relazioni&amp;nbsp;autentiche e burrascose, scoprono la&amp;nbsp;generosità della natura. Talvolta sono persino assistiti da una mano miracolosa, come quella di un angelo pasticcione (&lt;em&gt;Professione angelo custode&lt;/em&gt;, 2004) o dello scalcinato pantheon de &lt;em&gt;Il figlio del dio del tuono&lt;/em&gt; (1984).&lt;br&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quella di &lt;strong&gt;Arto&lt;/strong&gt; è dunque sì, una letteratura d&#039;evasione, ma in senso letterale, perché in ogni sua trama c&#039;è un&#039;evasione e l&#039;evasione è l&#039;espediente della sua &lt;em&gt;recherche&lt;/em&gt;, siano esse le piccole evasioni dai doveri coniugali di un Rauno Rämekorpi (&lt;em&gt;Le dieci donne del cavaliere&lt;/em&gt;, 2001, che giureremmo ispirate dalle prodezze di un Cavaliere nostrano) o la grande evasione di Vatanen, del pastore Oskari Huuskonen (&lt;em&gt;Il migliore amico dell&#039;orso&lt;/em&gt;, 1995), del ladro galantuomo Jutunen (&lt;em&gt;Il bosco delle volpi impiccate&lt;/em&gt;, 1983). Sono tanti i fili rossi che legano le variopinte fughe paasilinniane. Innanzitutto, non si tratta di fughe dalla civiltà: &lt;strong&gt;Paasilinna&lt;/strong&gt; è troppo ordinatamente scandinavo per darsi al primitivismo o a palingenesi ecologiche antiumane. Né è tantomeno un ribelle, un anarchico o un rivoluzionario. I suoi eroi, è vero, vengono spesso ai ferri corti con l&#039;ordine costituito, ma solo nella misura in cui quest&#039;ultimo degenera in una mania di controllo e di sopraffazione che contraddice i suoi scopi. Non hanno ambizioni politiche e non vogliono sovvertire alcunché, in certi casi sono anzi dei civilizzatori che fondano comunità in scala più umana dove non esistono burocrazia, corruzione, violenza organizzata, cupidigia, pregiudizi sociali. Questo programma si trovava già nel giovanile &lt;em&gt;Prigionieri del paradiso &lt;/em&gt;(1973), un &lt;em&gt;Robinson Crosoe &lt;/em&gt;collettivistico dove un equipaggio di cooperanti finlandesi e svedesi precipitato su una spiaggia tropicale dà vita a una microsocietà utopica ed egualitaria. Con pragmatismo nordico i sopravvissuti allestiscono abitazioni efficienti, una filiera alimentare, un&#039;immancabile distilleria, servizi sanitari (e contraccettivi), un rudimentale ma efficace sistema giudiziario. Il loro idillio sarà disturbato solo dalla civiltà esterna: un bombardamento aereo e una flotta americana che verrà a «salvarli».&lt;br&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La stessa idea sarà meglio sviluppata ne &lt;em&gt;L&#039;allegra apocalisse &lt;/em&gt;(1992), forse una delle sue opere migliori. Qui il capomastro Eemeli Toropainen, per ottemperare alle ultime volontà di un bislacco e ricco zio comunista, erige una maestosa chiesa di legno nei boschi del Kainuu attorno alla quale si radunerà un piccolo popolo di operai edili, ecologisti stralunati e residenti locali. Dopo aver superato la consueta serie di intralci posti dalla civiltà maiuscola – regolamenti edilizi, rivendicazioni ecclesiastiche, arresti, infiltrazioni mafiose – il gruppo si costituirà come una comunità autarchica felicemente retta da poche figure carismatiche. Nel frattempo il resto del mondo sprodonda in un tragico declino. Allo scoccare del nuovo millennio si innesca una catena di disastri ecologici, disordini sociali, carestie e guerre da cui si salverà solo il «miglior villaggio del mondo» (&lt;em&gt;maailman paras kylä&lt;/em&gt;, come recita il titolo originale), resosi ormai indipendente persino dal petrolio. Anche in questo caso l&#039;utopia paasilinniana non scaturisce da una acritica nostalgia dello stato di natura, ma piuttusto dal sogno di ordinare le conquiste materiali e spirituali dell&#039;umanità verso un vivere non più gravato dalle smisurate ambizioni del mondo contemporaneo. La tecnica, sempre ben presente nelle opere dell&#039;autore, diventa anzi poesia. La cronaca quasi computometrica del cantiere ecclesiastico accompagna il miracolo della foresta che si fa villaggio, l&#039;abbraccio possibile tra l&#039;uomo che addomestica la natura e la natura che lo accoglie, lo protegge e lo eleva. Che è poi la stessa impressione di chi attraversasse oggi le terre dello scrittore, di un equilibrio forse unico tra&amp;nbsp;&lt;em&gt;sauvageté &lt;/em&gt;e ordine, tra deserto e presenza.&lt;br&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Peculiari sono anche i luoghi di queste fughe. Se nel primo esperimento era una calda isola dell&#039;arcipelago indonesiano,&amp;nbsp;quasi sempre si tratterà poi delle regioni meno abitate della Finlandia e più spesso della Lapponia, terra remota e vergine in cui forse l&#039;autore proiettava l&#039;innocenza della sua infanzia. Ma tutte queste mete hanno un prezzo, una «prova suprema» che ricorre in tutte le trame. Gli eroi più importanti del repertorio paasilinniano devono toccare il fondo della frustrazione per riemergere più lucidi e determinati nella loro missione. Va letta così la disavventura apparentemente gratuita di Vatanen, inseguito dai cani feroci di una combriccola di ricchi annoiati e costretto a piangere per l&#039;umiliazione sulla cima di un albero. O l&#039;allucinante reclusione in manicomio dello stravagante Gunnar Huttunen (&lt;em&gt;Il mugnaio urlante&lt;/em&gt;, 1981). O i tre anni ingiustamente scontati da Eemeli in un carcere danese per essersi difeso da un trafficante di organi. Il rito del &lt;em&gt;descensus ad inferos &lt;/em&gt;diventa addirittura letterale nel caso dell&#039;agente Jalmari Jyllänketo (&lt;em&gt;La fattoria dei malfattori&lt;/em&gt;, 1998), intrappolato per mesi nel girone più profondo di una prigione sotterranea, all&#039;insaputa dei suoi cari e tra i peggiori criminali del pianeta. Per quanto catalogato tra gli autori umoristici e «leggeri», &lt;strong&gt;Paasilinna &lt;/strong&gt;non esita a scandagliare il male con la spietatezza del cronista. I ritratti così frequenti di assassini, psicopatici, piromani, narcisisti, delatori, prepotenti e altre canaglie alimentano la sua critica sociale e precludono le sue catarsi alle anime candide. Nei suoi racconti non si fugge per paura o per disimpegno, non per risparmiarsi ma per attraversare il mondo e riemergere dall&#039;altro capo con una consapevolezza morale e di sé maturata nella sconfitta.&lt;br&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;center&quot;&gt;***&lt;br&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Intrattenitore e divulgatore, &lt;strong&gt;Arto Paasilinna&lt;/strong&gt; è stato anche l&#039;interprete di un&#039;epoca. Dalla sua voce narrante partecipe, paterna e mai imparziale è facile indovinare le sue simpatie socialiste e il suo ascriversi a quella cultura laica e libertina di cui i popoli del nord sono considerati l&#039;avanguardia. In controtendenza rispetto ai suoi connazionali, apprezzava i russi e diffidava degli americani. La Russia paasilinniana è un &lt;em&gt;backyard &lt;/em&gt;esotico ma familiare, il popolo russo un «gemello diverso» affratellato ai finlandesi dal carattere e dagli usi della comune patria artica ma diviso da destini politici opposti. Non per questo fu però mai filosovietico. Il suo rifiuto dei totalitarismi di ogni colore è&amp;nbsp;articolato ne &lt;em&gt;Il liberatore dei popoli oppressi &lt;/em&gt;(1986), romanzetto avvincente ma un un po&#039; stereotipato, come capita al nostro quando si avventura al di fuori dei confini patrii. Quel rifiuto sarebbe comunque già implicito nello stampo libertario e anticonformista dei suoi eroi e nel loro puntuale collidere contro ogni forma di costrizione sociale. La stella polare di&amp;nbsp;&lt;strong&gt;Paasilinna &lt;/strong&gt;è l&#039;individuo, non la&amp;nbsp;&lt;em&gt;polis&lt;/em&gt;. Nei suoi racconti ciò che muove le masse porta sempre oppressione e disgrazia: le guerre, specialmente quella fratricida del 1918, i cui spettri ritornano di continuo; il conservatorismo astioso e bigotto della provincia come quello contro cui lotta l&#039;ingenger Jaatinen, il simmetrico rosso del nostro Don Camillo, in &lt;em&gt;Un uomo felice&lt;/em&gt; (1976); la civiltà urbana che dà ricetto alla teppa parassitaria e violenta de &lt;em&gt;I veleni della dolce Linnea &lt;/em&gt;(2003); la burocrazia che soffoca le più innocenti aspirazioni di libertà.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La visione storica e politica dello scrittore emerge in modo più strutturato nell&#039;unico romanzo «serio» del suo repertorio, &lt;em&gt;Sangue caldo e nervi d&#039;acciaio &lt;/em&gt;(2006), una saga famigliare novecentesca. Giunto al culmine della notorietà e della maturità artistica, &lt;strong&gt;Paasilinna&lt;/strong&gt; si misura con un genere dai precedenti venerabili per ripercorrere ordinatamente, attraverso le vicissitudini della famiglia Kokkoluoto, i capitoli più significativi della storia e dell&#039;identità del suo Paese. Sul piano narrativo la prova è riuscita. Il racconto coinvolge e tiene magistralmente in equilibrio pubblico e privato, politica e sentimento, aneddoti, paesaggi, sapori. Tuttavia l&#039;ansia didascalica dello scrittore – o forse più semplicemente il suo istinto – sproblematizza l&#039;orizzonte antropologico e lo appiattisce in un accostamento di tinte unite che può sì funzionare nel dispositivo perfetto della parabola ma non in quello, necessariamente più sofferto e sfumato, del realismo storico. Siamo lontanissimi dalle intricate costellazioni  dei Buddenbrook, dai tormenti dei Karamazov, dalle cadute dei&amp;nbsp;Rougon-Macquart o, per restare sulle stesse latitudini, dall&#039;incompiuta tragicità di un &lt;strong&gt;Eemil Sillanpää&lt;/strong&gt;. Qui il copione gira come un&amp;nbsp;carillon e &lt;strong&gt;Paasilinna&lt;/strong&gt;, da narratore fin troppo affezionato ai suoi personaggi, finisce per trasformare questo pur delizioso omaggio al suo popolo in un manifesto agiografico del &lt;em&gt;kalòs kai agathòs &lt;/em&gt;finnico secondo i suoi canoni. Tuomas e il figlio Antti, eroi senza macchia e senza sconfitta, assommano tutto ciò che gli è caro: bottegai ma impavidi e anticonformisti, socialisti ma&amp;nbsp;abilissimi negli affari, nemici dei nazionalisti «bianchi» ma eroi di guerra, patriarchi felicemente accoppiati con donne sagge e avvenenti ma libertini all&#039;occasione, cittadini modello ma contrabbandieri di alcol, campioni sportivi, filantropi, riformatori.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In questi ritratti si possono  retrospettivamente&amp;nbsp;leggere le metriche valoriali di un&#039;età solo cronologicamente vicina che è appunto quella dello scrittore, di un «boom» materialistico, disinibito e ottimista le cui promesse sono messe oggi in crisi dai venti di guerra, dagli incerti economici e dalla contrazione delle socialdemocrazie europee. Non è qui che va cercato il tesoro di &lt;strong&gt;Arto &lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;Paasilinna&lt;/strong&gt;. Il suo messaggio da preservare, ribadito e declinato in tutti i colori che la sua invenzione vulcanica gli ha dettato, è piuttosto quello del primato dell&#039;individuo su ogni costrutto sociale, sia esso ragion di Stato, ideologia, consuetudine o moda. È la simpatia che ispirano i suoi fuggiaschi mentre si destreggiano tra gli ingranaggi taglienti di un&#039;umanità senz&#039;anima e senza fantasia, la loro solitudine coraggiosa, la loro ricerca di una vocazione che non può coincidere con le maschere del «sistema». Allora questo messaggio era attuale, oggi è&amp;nbsp;necessario. Dalle periferie estreme del continente, in un vuoto dove tutto diventa immaginabile, il cantastorie lappone ci invita ancora all&#039;&lt;em&gt;opt out&lt;/em&gt;, a non temere di abbandonare la nave calda del mondo o almeno a non prenderla troppo sul serio, perché pronta in ogni momento a trascinarci sul fondo.&lt;/p&gt;</content><author><name>Il Pedante</name><email>ilpedante@riseup.net</email><uri>https://ilpedante.info/</uri></author></entry><entry><title>Il candido Bardamu</title><id>il-candore-di-bardamu</id><updated>2025-01-18 21:53:18</updated><rights>CC-BY-SA</rights><link href="https://ilpedante.info/post/il-candore-di-bardamu"/><content type="html">&lt;p&gt;Ora anch&#039;io ho letto &lt;strong&gt; Céline&lt;/strong&gt;. Ho incominciato dal &lt;em&gt;Viaggio al termine della notte &lt;/em&gt;evitando volutamente la critica per farmi un&#039;idea vergine dell&#039;opera. Che sì, è un capolavoro. E lo sarebbe stato anche se si fosse chiuso dopo le prime cento pagine. Già con quella spietata e sbracata cronaca del conflitto mondiale l&#039;autore avrebbe sbaragliato tutti i coevi del «genere Grande Guerra», che per consolarsi ci hanno invece voluto condire l&#039;epica, la lirica o il nazional-popolare nel lordume delle armi. Ma ciò che per loro sarebbe stato un traguardo, per lui è solo la linea di partenza.&lt;br&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il &lt;em&gt;Voyage &lt;/em&gt;è un romanzo moderno, intenzionalmente disordinato e asimmetrico, un magma chiassoso di personaggi, avventure, riflessioni, visioni, odori e colori. Ma è anche sorprendentemente classico nella sua architettura segreta. All&#039;inizio ho cercato di immaginarne i modelli, o almeno le reminiscenze. Il più facile è il romanzo picaresco per l&#039;autobiografismo, l&#039;uso della prima persona e le peripezie. C&#039;è il romanzo di formazione «metropolitano» (&lt;strong&gt;Dickens&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;Flaubert&lt;/strong&gt;) e c&#039;è l&#039;umanità gretta e malevola di &lt;strong&gt;Zola&lt;/strong&gt;. Più indietro, la facilità quasi onirica degli intrecci e il loro gravitare attorno a un pugno ricorrente di «eroi» ha il sapore dell&#039;&lt;strong&gt;Ariosto&lt;/strong&gt;, ma di un &lt;strong&gt;Ariosto&lt;/strong&gt; invertito e anticortese dove le dame sono puttane, le virtù vizi, gli amori invidie e soprusi. Per questo motivo ci ho trovato, più di tutti, il &lt;em&gt;Candide &lt;/em&gt;di&lt;strong&gt; Voltaire&lt;/strong&gt;, il cui impianto amaramente comico,&amp;nbsp;avventuroso e dissacrante aveva già dato materia a &lt;em&gt;Il barone di Nicastro &lt;/em&gt;del nostro &lt;strong&gt;Nievo&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Bardamu è il pronipote evoluto di Candido e di Nicastro. Anche lui, come i suoi avi letterari, attraversa i continenti alla scoperta delle sozzure umane e di loro possiede, se non l&#039;ingenuità, lo stesso &lt;em&gt;candore&lt;/em&gt;. Credo sia questo il centro dell&#039;invenzione céliniana, la chiave di un teatro dell&#039;anima in cui l&#039;autore si confronta con se stesso fingendo di affacciarsi&amp;nbsp;&lt;em&gt;candidamente&lt;/em&gt; sul mondo. Lo si può osservare nell&#039;orchestrazione dei ruoli. Per quanto realisticamente rappresentati, i personaggi che calcano la scena del romanzo sembrano maschere più che persone o, in certi casi, mere allegorie di un vizio. Fanno eccezione, ma senza rompere la regola, il protagonista Bardamu e il suo misterioso amico Robinson. Il primo è il narratore ampiamente sovrapponibile all&#039;autore e solo incidentalmente protagonista, testimone travolto ma innocente e inagente – candido, appunto – dei casi che riferisce al lettore. Il secondo, sfuggente come uno spettro, offre l&#039;indizio più chiaro dell&#039;operazione che qui ipotizzo: nell&#039;inseguire e precedere inverosimilmente Bardamu come un&#039;ombra, ne è effettivamente l&#039;ombra in senso ctonio, l&#039;alter ego scuro, il «cattivo selvaggio» esistenzialmente e socialmente sconfitto&amp;nbsp;(da qui forse il riferimento ironico al personaggio di &lt;strong&gt;Defoe&lt;/strong&gt;) che il narratore-autore si trascina dentro, fino alla catarsi finale. Giunto «al termine della notte» dopo averne toccato i bassifondi, Bardamu, ora stimato direttore di una clinica psichiatrica, si vede infine liberato dal suo doppio per mano di una gelosa assassina. Nell&#039;esilarante chiusa l&#039;attrito tra i due ormai incomunicabili emisferi tocca il culmine prima di sciogliersi in tragedia: da un lato il Bardamu «diurno» e vitale che, complice la prosperosa infermiera sua amante, ordisce il piano del tutto&amp;nbsp;improbabile di riconciliare Robinson e la sua mancata sposa organizzando una &lt;em&gt;partouze à quatre&lt;/em&gt;; dall&#039;altro il suo simmetrico «notturno» giunto prematuramente al termine di un&#039;esistenza arida, scontenta e inutilmente criminale perché finanche incapace di lasciarsi amare. Così &lt;strong&gt;Céline &lt;/strong&gt;uccide il suo demone.&lt;br&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ho il sospetto che questo intento catartico, più evidente nella diade simbolica delle due figure centrali (o meglio dell&#039;unico, difratto protagonista), percorra in modo coperto quasi tutta la costellazione dei personaggi. Che cioè non solo nel saturnino Robinson, ma anche nel despota in divisa, nei burocrati sanitari, negli ufficiali crassi e sciovinisti, nei coloni sadici, nel pornografo, nel pappone onanista, nei piccoli borghesi ipocriti e degenerati, nell&#039;accademico parassita, nel primario in fuga dai propri doveri e in altri esemplari incrociati lungo il viaggio l&#039;autore proietti i suoi fantasmi e le sue tentazioni per allontanarli imprigionandoli nell&#039;inchiostro. E che possa così liberarsene ritagliando al sé narrante un ruolo di osservatore fuori campo: non fisicamente, ma moralmente al sicuro.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quello di Bardamu è un candore per sottrazione. Non insegue la virtù del barone nieviano né – figuriamoci – il mondo perfetto di Pangloss, ma cerca più semplicemente il bene evitando il male. Che è un male innanzitutto fisico: le bombe, il carcere, le aggressioni, la fame, le malattie. Così la sua etica scaturisce da una soteriologia carnale che lo porta a disprezzare gli ingannatori e i violenti – siano essi persone, sistemi o moti interiori – che minacciano l&#039;integrità dei corpi e a dedicarsi professionalmente alla cura degli infermi. Il suo codice morale è il corpo: bene e male sono prima sperimentati nella carne e dopo, eventualmente, sublimati nel giudizio. Poco incline agli ideali, di cui anzi diffida, non ha pretese spirituali e dunque il suo &lt;em&gt;voyage&lt;/em&gt; sta agli antipodi della &lt;em&gt;fuga mundi&lt;/em&gt;, è un&#039;immersione senza filtri nel ventre marcio del mondo per lavarselo di dosso e tentare una salvezza necessariamente labile e individuale. L&#039;ospedale ereditato dal dottor Baryton, con il suo lindo bosco cintato in cui vagano armenti di folli ben paganti, sarà il suo «jardin» voltairiano.&lt;br&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Bardamu ammira l&#039;agio dei ricchi ma in fondo aspira a una vita modesta e tranquilla, senza l&#039;assillo dei pasti e orazianamente impreziosita da qualche piacere. Il suo momento forse migliore è quello in cui, ingaggiato da una compagnia di varietà per una parte muta, è pagato per circondarsi di giovani ballerine semisvestite. Il corpo femminile è il baricentro indiscusso dell&#039;idea céliniana di salute e benessere, così presente che persino nelle forme sfatte dalle emorragie e dagli aborti di una viziosa agonizzante il neodottore parigino riesce a cogliere la luce di una bellezza che salva. Il corpo fresco di Lola lo preserva dalla follia e gli fa sognare l&#039;America, disegnando nella sua mente una sorta di geografia genitale. La sua salvatrice a Detroit, nonché l&#039;unico personaggio incondizionatamente positivo di tutto il romanzo, è una prostituta che si concede a ritmi frenetici. La sua penultima amante, l&#039;occitana Madelon, lo salverà&amp;nbsp;dal suo «gemello» sinistro crivellandolo sui sedili di un taxi.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sono molte le pagine dedicate alle amanti di Bardamu, ma in questi amori non c&#039;è nulla di idealizzato, nessuna traccia di amor cortese, nessuna aspettativa di elevazione. Ostinatamente fedele alla carne,&amp;nbsp;&lt;strong&gt;Céline &lt;/strong&gt;dipinge queste eroine come redentrici inconsapevoli e quasi sempre indegne del loro ruolo, anzi propugnatrici e vittime delle storture dei tempi. Mentre Molly è piuttosto una madre e di Sophie non conosciamo il carattere, collocandosi ormai questa al di là della «notte» (il nome può suggerire un traguardo «sapienziale»), nel mezzo troviamo Madelon accecata dall&#039;orgoglio, la violinista Musyne corrotta dalla vanagloria e specialmente Lola, la prima e più iconica di tutta la serie, che si trastulla in un patriottismo&amp;nbsp;infantile e ignora stolidamente quanto sia crudele e insensata la guerra, avendo come suprema preoccupazione quella di non ingrassare. La sua insipienza va al di là del bene e del male, sicché Bardamu non la giudica e anzi la asseconda per godere dell&#039;unico – e per lui più vero – conforto che gli può offrire: l&#039;amplesso. Qualche anno dopo sarà ancora salvato da lei a New York, dove la ritroverà in un giro equivoco di ricche mezzane, ossessionata dalla propria sterilità. La relazione con Lola dà lo spunto alla frase più fulminante del romanzo, l&#039;aforisma che ne racchiude il manifesto: «&lt;strong&gt;Je croyais à son corps, je ne croyais pas à son esprit&lt;/strong&gt;».&lt;br&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;È comprensibile che in questo messaggio si voglia leggere una sconfitta materialistica, un nichilismo disperatamente godereccio &lt;em&gt;à l&#039;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;apres-moi-le-déluge&lt;/em&gt;. Ma sarebbe  un errore. Nel racconto in prima persona ci sono sì crudezza e disinvoltura, ma anche una tensione morale che indirizza la rabbia del narratore contro chi fa il male e, più ancora, contro ciò che lo fa apparire nobile o necessario. Bardamu è cinico coi cinici, violento coi violenti. Non partecipa ai delitti di cui è testimone, né li giustifica. Come medico si prodiga per aiutare amici e sconosciuti anche gratuitamente, anche andando oltre le proprie forze e i propri doveri, come quando tenta di salvare a tutti i costi l&#039;orfano Bébert dal tifo 
	addominale.&lt;br&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Per quanto tragicomico e sicuramente antieroico, il racconto ricalca l&#039;archetipo letterario del viaggio iniziatico e di purificazione, come si dichiara senza equivoci nel titolo: di un viaggio che si propone di giungere «au bout»,&amp;nbsp;all&#039;estremità di una notte esistenziale e morale per emergere in qualche forma di luce. Se il piglio rocambolesco e libertino suggerisce i modelli sette-ottocenteschi citati, la natura del percorso narrato rimanda però ad antecedenti più venerabili, ad esempio alla prima cantica dantesca, in cui anche il poeta fiorentino muove i passi dall&#039;oscurità per «riveder le stelle» attraversando un lungo catalogo di crimini, violenze e dolori. Bardamu, come &lt;strong&gt;Dante &lt;/strong&gt;e altri viaggiatori inferi, non è un Candido che deve smarrirsi per destreggiarsi in un mondo ostile, ma piuttosto un&#039;anima smarrita che si ritrova nella coscienza ablutoria del male: «C&#039;est 
peut-être ça qu&#039;on cherche à travers la vie, rien que cela, &lt;strong&gt;le plus 
grand chagrin possible pour devenir soi-même&lt;/strong&gt; avant de mourir».&lt;br&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La novità introdotta da &lt;strong&gt;Céline &lt;/strong&gt;su questo impianto tradizionale, ciò che lo rende moderno tra i classici, è il rifiuto di ogni codice preconcetto – religioso, culturale, consuetudinario, politico, civile ecc. – e il tentativo di accedere senza mediazioni alla radice più&amp;nbsp;profonda del male, al «numero primo» su cui si innesta il senso morale. Questa ricerca, si è visto, lo porta ad ancorarsi alla nudità biologica, con l&#039;ovvia ma fraintesa conseguenza di fuggire ogni tentazione ideale. Ecco la meta, il candore a cui&amp;nbsp;le fatiche e le brutture sperimentate &lt;em&gt;in corpore &lt;/em&gt;temprano il protagonista: il meticoloso rifiuto delle idee, che con la loro prosopopea e la loro promessa di senso giustificano l&#039;aggressione dei corpi. Così è la guerra, un letamaio di ferocia senza onore servito ai popoli sul piatto d&#039;oro dell&#039;amor patrio; così il buon governo democratico («... quand les grands de ce monde se mettent à vous aimer, c&#039;est qu&#039;ils vont vous tourner en saucissons de bataille»); così il civismo che dignifica la delazione e la soppressione di chi non si immola al sovrano; così la supremazia razziale che prepara il saccheggio; così il miraggio dell&#039;ascesa sociale,&amp;nbsp;«l’espoir de devenir puissants et riches» che disciplina più del bastone («Qu’on ne vienne plus nous vanter l’Égypte et les Tyrans tartares ! ... Ils ne savaient pas, ces primitifs, l’appeler &quot;Monsieur&quot; l’esclave, et le faire voter de temps à autre, ni lui payer le journal, ni surtout l’emmener à la guerre, pour lui faire passer ses passions»); così la produttività che reclama l&#039;alienazione industriale. E ancora: la rispettabilità borghese nelle cui pieghe fermentano odi e perversioni; il culto del gruzzolo a cui si sacrificano i consanguinei; la religiosità di un don Protiste che prefigura il tormento eterno per gli altri.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;In questo senso, sì, &lt;strong&gt;Céline &lt;/strong&gt;è nichilista, perché riduce &lt;em&gt;ad nihilum&lt;/em&gt; la crosta dell&#039;«esprit», il carcere delle ideazioni comuni che induce alla rovina di sé e del prossimo. Ma non lo è perché nel suo deserto cerca gli irriducibili «corps» per chinarsi sulle ferite e sui bisogni, sulla bellezza e sull&#039;irriproducibilità. Più che un progetto – ché se lo fosse sarebbe esso stesso un&#039;idea – la sua è una protesta&amp;nbsp;liberatoria che seduce non solo  i testimoni dei due massacri mondiali, ma anche i posteri incatenati dai miti e dagli imperativi della macchina narrante. A questa umanità paralizzata il dottor &lt;strong&gt;Destouche&lt;/strong&gt; offre lo scandalo liberatorio di guardarsi, senza veli né insegne, allo specchio.&lt;br&gt;&lt;/p&gt;</content><author><name>Il Pedante</name><email>ilpedante@riseup.net</email><uri>https://ilpedante.info/</uri></author></entry><entry><title>The musicians know what is good</title><id>the-musicians-know-what-is-good</id><updated>2024-10-30 18:29:39</updated><rights>CC-BY-SA</rights><link href="https://ilpedante.info/post/the-musicians-know-what-is-good"/><content type="html">&lt;p&gt;Mi sono talvolta trovato nella scomoda posizione di dover giustificare il mio mestiere di jazzista. Se mai si trattasse di una colpa, dichiaro a mia discolpa di essere un assai mediocre jazzista. Al conservatorio non ho studiato jazz e nemmeno lo strumento con cui lo suono. Ma mi piace. Ho incominciato a suonare jazz e continuo a suonarlo perché mi dà da vivere e mi piace. E mi piace perché trovo che abbia&lt;em&gt; senso&lt;/em&gt;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Capire il  jazz e il suo perché è complicato da una serie di considerazioni che con la musica hanno poco a che fare. C&#039;è chi lo evita perché è l&#039;espressione di una civiltà culturalmente povera che si è imposta con le armi e coi soldi. Chi perché è diventato la bandiera di una certa radical-sciccheria che lo ascolta per darsi un tono da &lt;em&gt;connoisseur&lt;/em&gt;. Chi perché disturbato dalle biografie di certi suoi astri. Chi perché rigetta la modernità in ogni sua forma. Chi per motivi razziali. A questi critici si potrebbe suggerire di concentrarsi piuttosto sui caratteri estetici della musica, ma sarebbe ingenuo e scorretto. Tutte le espressioni sono forgiate, motivate e influenzate dal contesto, e nel caso del jazz questo è tanto più vero in quanto si è sviluppato nel secolo e nella nazione che più di tutti hanno visto trionfare il mercato e la propaganda. È indubbio che la ricerca del profitto abbia orientato le scelte degli artisti e i gusti del pubblico. È indubbio che il jazz sia stato un ambasciatore dell&#039;impero a stelle e strisce. Ma non è stato così fin dall&#039;inizio. Non è nato nella testa di un discografico, né sui tavoli della CIA.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Come recitano i manuali, il jazz esordisce&amp;nbsp;all&#039;inizio del secolo scorso in un luogo preciso: la città di New Orleans in Louisiana, già colonia francese divenuta prospera come porto fluviale nel corso dell&#039;Ottocento e poi decaduta con lo sviluppo della rete ferroviaria nazionale. A New Orleans era presente una nutrita comunità di afroamericani legati alla coltivazione del cotone ma anche creoli, irlandesi, tedeschi, italiani, ebrei, russi, polacchi, cinesi. Pur nella sua decadenza, la città continuò a celebrare i vecchi fasti specialmente con la musica degli&amp;nbsp;ensemble che accompagnavano festività religiose e civili, rappresentazioni teatrali, serate danzanti, viaggi fluviali. Per un insieme di cause politiche e socio-economiche, questa esplosione musicale fu più che altrove segnata dal ruolo della comunità nera, qui particolarmente coesa e dunque capace di mantenere vivi ritmi, forme, stili di esecuzione e strumenti delle terre di origine.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Da questi due ingredienti, l&#039;apporto esotico e la funzione sociale, nascono quasi tutte le innovazioni musicali della storia e il jazz non fa eccezione. Il primo dei due è per così dire il combustibile che ha periodicamente spinto le tradizioni ormai spompe fuori dall&#039;&lt;em&gt;empasse &lt;/em&gt;della ripetizione. Anche la musica, come altri linguaggi, si evolve secondo i canoni dell&#039;interferenza linguistica, accogliendo cioè elementi di usi e tradizioni diverse  sul proprio sostrato. Così &lt;strong&gt;Bach&lt;/strong&gt; integrava l&#039;arte italiana del concerto grosso nel suo contrappunto; così &lt;strong&gt;Scarlatti&lt;/strong&gt; jr. rinnovava la letteratura clavicembalistica infondendovi i ritmi e gli stili che aveva udito in Spagna, a loro volta assorbiti dall&#039;incontro con la civiltà araba; così &lt;strong&gt;Chopin&lt;/strong&gt; innestava nelle forme classiche le&amp;nbsp;atmofere e i ritmi della nativa Polonia; così i maestri russi portavano nuova linfa alla sinfonia europea. Nel caso di New Orleans l&#039;elemento africano, che negli stessi anni suscitava anche l&#039;interesse dei compositori classici, era già stato «addomesticato» dalla lunga permanenza in America e si innestava su un sostrato a sua volta ibridato – mancandone uno strettamente autoctono&amp;nbsp;– dagli apporti popolari  caraibici ed europei. Tra questi ultimi non sempre si sottolinea il contributo degli italiani e in special modo dei &lt;a href=&quot;http://www.sicilyjass.com&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;siciliani&lt;/a&gt;, forti di un&#039;impareggiata diffusione della pratica musicale tra le classi popolari. Trascorso più di un secolo, ancora oggi restano il gruppo regionale forse più rappresentato tra i jazzisti nostrani.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il secondo ingrediente, la funzione sociale, offre al musicista l&#039;ispirazione, l&#039;occasione e la committenza. Nel vincolarlo al gradimento di un pubblico lo salva da sé e lo costringe a coltivare i suoi talenti e la sua ricerca nel più vasto quadro di un&#039;espressione collettiva che abbraccia le arti, le aspirazioni, la quotidianità e i miti del tempo. L&#039;arte che non rifiuta il confronto col pubblico lo arricchisce e si arricchisce senza tradirlo, immortala le espressioni migliori di una civiltà diventandone un documento vivo.&lt;br&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Quando abbandonai gli studi di composizione classica per dedicarmi all&#039;apprendistato jazzistico non pensavo a queste cose. Del jazz mi avevano colpito la ricchezza delle armonie e dei movimenti ritmici, specialmente del pianoforte, l&#039;incastro delle forme e il suono legnoso e possente del contrabbasso, che allora non suonavo ancora. Un amico trombettista (siciliano, &lt;em&gt;ça va sans dire&lt;/em&gt;) mi invitò ad assistere alle prove di un club della mia città dove uno stagionato pianista mi consegnò un volume di spartiti da fotocopiare. Quanto fu grande la mia delusione quando scoprii... che non c&#039;erano le note! In effetti, salvo casi particolari, nel jazz  si improvvisa tutto partendo da un tema e da uno schema di accordi. Solo molti mesi dopo mi resi conto che quella novità era in realtà «pascolianamente» antica, trattandosi dello stesso sistema del basso continuo ancora in uso fin quasi a tutto il Settecento, dove il liuto o uno strumento a tastiera improvvisano l&#039;armonizzazione e le risposte al canto partendo da una serie di sigle. Per chi è abituato alla completezza dello spartito è un bel trauma, ma storicamente la nostra&amp;nbsp;cavillosità scrittoria (ed esecutiva) è più un&#039;eccezione che una regola se, come sembra, greci e latini non avevano neppure un sistema di notazione.&lt;br&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Come tutti gli studenti di composizione, anch&#039;io mi ero presto trovato a dover digerire il boccone ostico della musica contemporanea e atonale. Proprio &lt;em&gt;e non casualmente &lt;/em&gt;negli stessi anni in cui il jazz andava alla conquista degli Stati Uniti e del mondo, alcuni protagonisti della musica colta avevano deciso di rompere la gabbia della tonalità per sperimentare nuove relazioni melodiche e armoniche, la più famosa delle quali è la dodecafonia. La spiegazione dei musicologi e del mio maestro, che quel passaggio sarebbe stato l&#039;esito inevitabile e «naturale» di un&#039;evoluzione armonica ormai giunta ai suoi esasperati limiti di sperimentazione, non mi ha convinto né allora né oggi. Pur avendo avuto a disposizione un secolo di tempo e potenti mezzi di diffusione di massa, nessuna delle alternative al sistema tonale si è imposta alla comprensione, né figuriamoci al gradimento, di un pubblico di non specialisti. Le nuove lingue sono nate morte e la «lingua madre» della tonalità ben temperata è rimasta viva: non solo perché appunto non dà segni di declino ma anche perché, come tutti gli organismi vivi, continua a evolversi pur con la lentezza e la circospezione di una natura che «non facit saltus». Già allora ebbi l&#039;impressione che l&#039;equivoco di quel funerale anticipato dovesse spiegarsi con argomenti non estetici, ma sociali. Fu celebrato a porte chiuse tra le mura dei conservatori da parte di artisti per la prima volta convinti di poter coltivare, sopprimere e generare per sintesi i linguaggi musicali con procedimenti e argomenti forse raffinati, forse anche formalmente coerenti, ma del tutto sciolti dalle ancore della tradizione e del pubblico. L&#039;esito «naturale» della musica contemporanea è in realtà dunque una reazione ottenuta in laboratorio, un composto troppo instabile per reggersi nella realtà, un&#039;evoluzione verso paradigmi futuri perseguita rescindendo i vincoli col presente. Senza addentrarci nei motivi storici, sociali e forse anche politici di questo divorzio tra artisti e società – o sul perché la società abbia voluto a dispetto di tutto riconoscersi un&#039;arte così autoreferenziale – osserviamo che proprio le spose ripudiate,&amp;nbsp;pubblico e tradizione, furono invece le levatrici della&amp;nbsp;nuova arte di New Orleans.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il jazz si trovava nel posto giusto, nel momento giusto e nella condizione giusta per raccogliere il testimone abbandonato dalla musica colta. Era difficile trovare un candidato migliore: tradizionale, ma non retrogrado; inaudito, ma non inaudibile; popolare, ma raffinato. Nel suo DNA&amp;nbsp;filtrava patrimoni disparati e anche ben più antichi dei più antichi modelli europei per ottenere un genere nuovo eppure perfettamente compatibile con i codici linguistici del pubblico occidentale, tanto più ecumenico in quanto espressione di un&#039;identità sfaccettata e plurale. La gavetta nelle piazze, nei locali pubblici e nelle sale da ballo garantiva la fedeltà al pubblico. Le bettole e i tuguri, quando non i bordelli, frequentati dai primi jazzisti suonavano come una risposta iperbolica alle torri d&#039;avorio delle accademie in cui si elaboravano gli incompresi codici aritmici e atonali. Sopra a tutto incise la qualità di questi artisti, &lt;em&gt;enfants prodiges &lt;/em&gt;capaci di imporsi per la padronanza virtuosistica degli strumenti, l&#039;invenzione timbrica, il genio compositivo, la ricettività culturale.&lt;br&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Un indizio della denegata concorrenza tra la musica «alta» e il primo jazz, nonché delle pretese del musicista colto novecentesco di prevalere sul pubblico, emerge da una notizia riportata dal musicologo &lt;strong&gt;Ted Gioia&lt;/strong&gt;, secondo il quale alla fine del XIX sec. la American Federation of Musicians avrebbe intimato ai suoi membri di non praticare il genere &lt;em&gt;ragtime&lt;/em&gt; (uno degli antenati più prossimi del jazz) perché «i musicisti sanno ciò che è buono e, se le persone non lo sanno, &lt;em&gt;glielo dobbiamo insegnare&lt;/em&gt;». Oggi sappiamo come è finita, e perché. Al di là dei suoi aspetti più coloriti e marchettari, il jazz ha effettivamente ripreso il filo abbandonato della sperimentazione ritmica e armonica del tardo Ottocento introducendo nuove combinazioni, nuove forme e nuove funzioni accordali. Più che confezionare linguaggi inediti, ha continuato a rinnovarsi contaminandosi con altri codici consolidati: i ritmi del Centro e Sud America, il bel canto italiano, la &lt;em&gt;musette &lt;/em&gt;e la tradizione gitana francofona, lo sterminato patrimonio del continente africano, la stessa musica classica. Indubbiamente moderno per nascita e postmoderno nel carattere, è stato anche antimoderno sotto certi aspetti:&amp;nbsp;perché si è a lungo contrapposto al solipsismo novecentesco, per il suo vivificarsi nelle tradizioni, per avere rimesso al centro la pratica fertile e antica dell&#039;improvvisazione. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Qualcuno ha osservato che negli ultimi decenni il jazz&amp;nbsp;è diventato un non-genere che raccoglie tutto ciò che non è abbastanza popolare, né abbastanza colto. Il che è forse vero, ma non fa in fondo che confermare il suo ruolo di supplenza nell&#039;abbandonata e vasta terra di mezzo tra esoterismo e dozzinalità, il suo rispondere a una domanda inevasa di musica originale, accessibile e di qualità. È altrettanto vero che in questo sviluppo amorfo e disordinato alcuni protagonisti del jazz più intellettuale hanno cercato di darsi un&#039;identità ricalcando la fuga della musica classica contemporanea&amp;nbsp;dalla prova del pubblico e dal vincolo tonale. A mio avviso e per quanto ho scritto,  questi esperimenti  tradiscono non solo l&#039;uditorio ma, proprio per questo, anche il senso di fare del jazz.&lt;/p&gt;</content><author><name>Il Pedante</name><email>ilpedante@riseup.net</email><uri>https://ilpedante.info/</uri></author></entry><entry><title>ilpedante.org non è mio!</title><id>blog-clonato</id><updated>2025-03-27 22:28:45</updated><rights>CC-BY-SA</rights><link href="https://ilpedante.info/post/blog-clonato"/><content type="html">&lt;p&gt;Informo i lettori che qualcuno ha acquisito il vecchio dominio ilpedante&lt;strong&gt;.org&lt;/strong&gt;, di cui non sono più proprietario, e apparentemente lo sta  utilizzando per pubblicare una versione archiviata di questo blog. Non so perché lo stia facendo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Comunico in ogni caso che &lt;strong&gt;non sono il proprietario de ilpedante.org &lt;/strong&gt;e pertanto &lt;strong&gt;non rispondo di ciò che vi è pubblicato&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ho provveduto a inoltrare una segnalazione di abuso al gestore del dominio con richiesta di oscurarlo ed eventualmente di rimuoverne i contenuti. Chiedo ai lettori di &lt;strong&gt;non &lt;/strong&gt;diffonderne gli indirizzi.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Grazie.&lt;br&gt;&lt;/p&gt;</content><author><name>Il Pedante</name><email>ilpedante@riseup.net</email><uri>https://ilpedante.info/</uri></author></entry><entry><title>Sigismondo o le case</title><id>sigismondo-o-le-case</id><updated>2025-06-25 09:49:26</updated><rights>CC-BY-SA</rights><link href="https://ilpedante.info/post/sigismondo-o-le-case"/><content type="html">&lt;p&gt;Ai tempi in cui mi interessavo di cose socialiste, l&#039;ideologo che più di tutti mi intrigò fu un personaggio scaturito dalla fantasia di &lt;strong&gt;Émile Zola&lt;/strong&gt;: &lt;strong&gt;Sigismondo Busch&lt;/strong&gt;, ascetico e malaticcio intellettuale marxista il cui «sogno di giustizia» di assicurare «a ciascuno la sua parte di felicità e di vita» strideva piuttosto comicamente col fatto che si facesse mantenere... da un fratello strozzino (&lt;em&gt;many such cases&lt;/em&gt;, diremmo oggi). In un dialogo de &lt;em&gt;L&#039;argent&lt;/em&gt; (1891) il protagonista &lt;strong&gt;Aristide Saccard&lt;/strong&gt; chiede al giovane studioso se i futuri rivoluzionari intendano espropriare i patrimoni dei grandi capitalisti, come il ricco banchiere &lt;strong&gt;Gundermann&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;Neanche per sogno – gli risponde Sigismondo, – non siamo mica dei ladri. Riscatteremo i suoi miliardi, tutti i suoi valori e i suoi titoli di rendita in cambio di buoni di usufrutto suddivisi in annualità. Ve lo immaginate, allora, quel capitale immenso rimpiazzato da una soffocante ricchezza di beni di consumo? In meno di cent&#039;anni i discendenti del vostro Gundermann si ridurrebbero, come gli altri cittadini, al lavoro personale [...] Ah! Gundermann che soffoca sotto quel mucchio di buoni di consumo! E i suoi eredi, che non riuscendo a mangiare tutto saranno costretti a dare qualcosa agli altri e a prendere in mano la vanga o l&#039;utensile, come tutti i compagni!&lt;/blockquote&gt;
&lt;p&gt;Sennonché l&#039;esperienza e la storia mi persuasero poi che questa visione spassionata della rivoluzione, questa equanime riorganizzazione tutta centrata sul dare e non sul prendere, sul beneficiare e non sul ledere, sulle vittime e non sui presunti carnefici&amp;nbsp;– dove gli stessi padroni sarebbero semplicemente obbligati dalla «dura legge della concorrenza» a «sfruttare i loro operai, se vogliono sopravvivere»&amp;nbsp;– ebbene che tutto ciò era, appunto, solo una favola letteraria. E che viceversa tutti i sognati totalitarismi, di sinistra e di ogni altro colore, seducono così tante persone proprio in forza della promessa di additare e punire un nemico, non di intervenire asetticamente sui gangli de «l’état actuel». E che quella punizione è toccata e toccherà sempre anche agli stessi che la auspicano per gli altri, sì che in quel rogo di «giustizia» finirà indistintamente ogni pollo, a beneficio di qualche rosticciere. &lt;em&gt;M&lt;/em&gt;&lt;em&gt;any such cases&lt;/em&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nè mi stupiva il fatto che le prime forme di questa&amp;nbsp;&lt;em&gt;vis puniendi&lt;/em&gt; fossero appunto quelle della requisizione e dell&#039;esproprio. L&#039;idea del totalitarismo politico è materialistica in sé: allestisce in terra l&#039;onnipotenza per architettarvi un paradiso, promette un &lt;em&gt;dies irae&lt;/em&gt; tellurico per separare qui il grano dal loglio. Se la sua soteriologia deve ridursi nel mondo finito delle cose finite, è dunque normale che la privazione vi diventi giustizia e che il governo delle anime coincida col governo delle sostanze e da lì, fatalmente, dei corpi e della vita biologica. Non si tratta allora soltanto di un già grave vizio di invidia – molti fautori di queste soluzioni godono anzi di patrimoni cospicui&amp;nbsp;– ma di un più radicale straripamento dell&#039;io nel dominio dell&#039;altro, della tentazione infera di annichilire l&#039;altrui spirito scippandone l&#039;involucro fisico e così sottrarsi al raffronto, al dubbio, all&#039;identità.&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;center&quot;&gt;***&lt;br&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Di questa peste dell&#039;anima mi è parso di avvertire i sintomi  in un&amp;nbsp;recente e singolare dibattito sulla proprietà immobiliare &lt;em&gt;altrui&lt;/em&gt;, tema ancora sottotraccia ma già caro a un vasto pubblico di collettivisti da cortile. Ascoltando questi ultimi ho scoperto che il &lt;em&gt;divide et impera &lt;/em&gt;del pollaio si è ultimamente arricchito di una nuova categoria di kulaki: i proprietari di case (al plurale: seconde, terze, quarte...) che, a seconda del narratore, sottrarrebbero con le loro smanie da rentier ora clienti agli albergatori, ora alloggi agli studenti, ora un tetto ai bisognosi, ora un nido alle giovani coppie. A questi neghittosi speculatori che in certi casi avrebbero – orrore!&amp;nbsp;– ereditato dette case dagli zii e dalle nonne, pare si debbano inoltre le seguenti piaghe: inflazione immobiliare, occupazioni abusive, gentrificazione dei centri urbani, improduttività, sovraffollamento turistico, vagabondaggio e forse anche dissesto erariale, giacché alcuni di essi avrebbero osato chiedere e ottenere incentivi pubblici per la riqualificazione edilizia. Costoro andrebbero dunque, se non espropriati, almeno castigati con una generosa sferza fiscale, additati alla riprovazione di chi-lavora, costretti a mettere i loro vani a disposizione di chi-dico-io, alle condizioni che-decido-io e a prezzi drasticamente calmierati. Così imparano.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Per quanto circoscritto, il caso è affascinante perché illustra quasi &lt;em&gt;ad absurdum &lt;/em&gt;la potenza seduttrice del benecomunismo a comando e il suo ben prestarsi a dissimulare obiettivi del tutto estranei da quanto sembra promettere. Restando nell&#039;ovvio, già da parecchi secoli le civiltà si sono strutturate per demandare alla sfera pubblica (lo Stato, le chiese, le associazioni, le corporazioni ecc.) il compito di gestire i problemi sopra elencati e, insieme, di tutelare la proprietà e la produzione, essendo queste ultime non solo bisogni parimenti meritevoli di protezione ma anche presidi di prosperità da cui scaturiscono le&amp;nbsp;forze con cui le istituzioni assolvono alle loro funzioni. Un sovrano «sigismondiano» orientato a nutrire e non a divorare le proprie risorse può (deve) intervenire in tanti modi per soddisfare il bisogno abitativo, il più evidente dei quali è quello di acquistare, noleggiare, riscattare o direttamente realizzare gli allogi, contribuendo così anche a raffreddare il mercato. Lo si era ad esempio fatto in un&#039;Italia incomparabilmente più povera di oggi, quando con il solo piano INA-Casa furono consegnati più di trecentocinquantamila alloggi in un poco più di un decennio. I pluriproprietari e i plurilocatori esistevano anche allora, erano anzi la norma, ma non risulta siano stati di ostacolo a un progetto che, semplicemente, ieri si è &lt;em&gt;scelto &lt;/em&gt;di realizzare, oggi si è &lt;em&gt;scelto &lt;/em&gt;di abbandonare.&lt;br&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ma queste sono, appunto, ovvietà. Il succo della faccenda sta invece in un fatto bizzarro: che il nemico del popolo che possedesse oggi case per un valore, diciamo, di un milione, cesserebbe del tutto di essere tale qualora disponesse dello stesso importo, o anche del doppio, o del decuplo, in depositi e titoli finanziari. In quel caso allora no: è roba sua. Ne faccia quel vuole, anzi beato lui! E qui si scopre il gioco. La differenza pratica tra i due capitalisti è pressoché nulla: entrambi traggono un godimento da ciò che hanno, entrambi sono responsabili dell&#039;uso che ne fanno (perché quello finanziario non presta i soldi a chi-dico-io, alle condizioni che-decido-io? magari per comprarsi una casa?). La differenza teorica è invece sostanziale. Il casettaro ha osato mettere le sue sostanze in una cosa vera e, peggio ancora, utile. Ha voltato le spalle alla futilità dei consumi, al rischio dei mercati e specialmente all&#039;impalpabilità del soldo elettronico, fiduciario e finanziario, per spingersi là dove solo i grandi possono incedere: nella realtà, nei bisogni senza tempo. È questo che non gli si perdona, di avere dato materia al suo lurido gruzzolo ereditato o sudato sottraendolo dagli ologrammi bancari, dalla possibilità di svalutarlo, decurtarlo, &lt;a href=&quot;https://www.saccuccipartners.com/grandi-questioni/prescrizione-anticipata-delle-vecchie-lire-e-tutela-dei-diritti-di-credito/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;metterlo fuori corso&lt;/a&gt;, dal mare magno a cui attingono gli investitori, &lt;em&gt;anche&lt;/em&gt; per iniziative immobiliari. Perché loro possono, il casettaro no, sicché lo danno in pasto ai Sancho Panza dell&#039;equità. Egli deve essere fluido e ricollocabile, negli averi come nell&#039;esistenza.&lt;br&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il mattone diffuso offende dunque il denaro, mette in crisi la sua magia, disturba l&#039;incanto in cui ci è chiesto di credere e di vegetare. Con un nemico così, c&#039;è da temere che un giorno la polemicuccia di cui ci siamo occupati sarà rilanciata dal burattinaio sulle prime pagine e sui banchi dei parlamenti. In parte sta già avvenendo, ma avvenga almeno senza il nostro plauso.&lt;br&gt;&lt;/p&gt;</content><author><name>Il Pedante</name><email>ilpedante@riseup.net</email><uri>https://ilpedante.info/</uri></author></entry><entry><title>Della magica poiesi</title><id>della-magica-poiesi</id><updated>2026-03-12 22:06:00</updated><rights>CC-BY-SA</rights><link href="https://ilpedante.info/post/della-magica-poiesi"/><content type="html">&lt;div class=&quot;epigrafe&quot;&gt;
    &lt;p class=&quot;alert alert-warning&quot;&gt;Questo articolo è stato ripubblicato nel volume &lt;a href=&quot;https://www.leoneverde.it/prodotto/nel-regno-della-quantita&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Nel Regno della Quantità&lt;/a&gt; edito da Il Leone Verde, Torino.&lt;br&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;«Credi
        tu che questa carta abbia un valore per se stesso, oppure che l’abbia
        ricevuto?».&lt;br&gt; Michele
        rispose: «Essa vale più delle altre, di per sé, essendo il re di
        denari».




    &lt;/p&gt;
    &lt;p&gt;— I. Silone, &lt;em&gt;Vino e pane &lt;/em&gt;(1955)&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;Nel
    capitolo XVI de &lt;em&gt;Le
        Règne de la quantité&lt;/em&gt;[[NOTA]]Qui si è consultata la
    prima edizione dell’opera: R.
    Guénon,
    &lt;em&gt;Le
        Règne de la quantité et les signes du temps,
        Gallimard&lt;/em&gt;, Parigi, 1945.[[/NOTA]]
    &lt;strong&gt;René
        Guénon&lt;/strong&gt; propone
    una riflessione sulla moneta e
    sulla
    sua «degenerazione» in epoca moderna. Il
    breve
    testo
    non ha l’ambizione di sviluppare
    una definizione e una teoria della
    moneta, sicché
    per saggiarne
    e ampliarne gli spunti occorre tentare almeno in abbozzo un
    inquadramento dell’enigma
    monetario
    con l’obiettivo, che qui anticipiamo, di verificare quanto
    il processo «degenerativo»
    annunciato
    dal filosofo sia un «signe des temps» e quanto invece – o
    insieme – il
    compiersi di una tentazione sempre viva e temuta.

&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In sé, la moneta è uno strumento per
    facilitare lo scambio delle merci. Da questa prima funzione di
    scambio in atto discendono
    tutte le altre, che per quanto nominalmente diverse possono essere
    ricondotte nel dominio dello scambio
    in potenza.[[NOTA]]


    Le funzioni del denaro riportate nei
    manuali
    di
    economia
    ricalcano, con poche
    varianti,
    la
    famosa
    «triade» di
    &lt;strong&gt;John Hicks:&lt;/strong&gt; 1) mezzo di pagamento, 2) unità di conto e misura del
    valore, 3) riserva di valore (v.
    J. Hicks,
    &lt;em&gt;Critical Essays in Monetary Theory&lt;/em&gt;, Oxford University
    Press, Oxford, 1967).[[/NOTA]]
    Il «valore» di un bene misurato dalla moneta non è che il suo prezzo, cioè la quantità di moneta che se ne
    ricaverebbe &lt;em&gt;qualora fosse venduto&lt;/em&gt;, mentre la ricchezza
    monetaria corrisponde ai beni che si acquisirebbero &lt;em&gt;qualora fosse
    spesa&lt;/em&gt;. Quello
    monetario non è
    dunque altro
    che un
    valore specialistico e di stretto dominio che
    allude alla più ampia accezione di valore d’uso[[NOTA]]È valore
    (dal
    lat.
    &lt;em&gt;valeo&lt;/em&gt;:
    essere forti, star bene)
    tutto ciò che porta
    benessere e prosperità secondo gerarchie di
    utilità (&lt;em&gt;utilitas&lt;/em&gt;),
    scarsità (&lt;em&gt;raritas&lt;/em&gt;)
    e preferenza soggettiva
    (&lt;em&gt;complacibilitas&lt;/em&gt;)
    evidentemente
    irriducibili a un «listino»
    universale.[[/NOTA]]
    nei termini mediati del
    valore (cioè dell&#039;&lt;em&gt;eventualità&lt;/em&gt;) di scambio[[NOTA]]«Se in un certo momento non abbiamo bisogno di nulla, la moneta è
    una sorta di garanzia che gli scambi saranno possibili anche in
    futuro, quando saranno necessari […] È per questo che tutte le
    merci devono essere valutate in moneta; così, infatti, sarà sempre
    possibile uno scambio e, se sarà possibile lo scambio, sarà
    possibile anche la comunità» (Aristotele,
    &lt;em&gt;Etica Nicomachea&lt;/em&gt;, V,
    1133).[[/NOTA]]
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dovrebbe
    dunque preoccupare la
    disinvoltura
    con cui l’uomo moderno
    tende a espanderne l’applicazione e
    a proclamarne il primato, che
    cioè
    «chez la plupart de nos
    contemporains, tout jugement porté sur un objet se base presque
    toujours exclusivement sur ce qu’il coûte»[[NOTA]]Guénon, &lt;em&gt;Le
        Règne de la quantité&lt;/em&gt;…, cit., p. 148.[[/NOTA]].

    Questa
    deplorevole mercificazione
    che ambisce alla totalità erodendo progressivamente il
    perimetro dei «non
    negoziabili» è un effetto
    del processo di
    desacralizzazione che da alcuni secoli investe le nostre società. Se
    il perimetro di ciò che è sacro non
    può essere travalicato senza incorrere in maledizioni e sventure[[NOTA]]Nella
    latinità arcaica si
    contemplava
    anche un’accezione negativa
    del
    termine: cfr.
    T.
    Lanfranchi
    (a cura di), &lt;em&gt;Autour
        de la notion de sacer,&lt;/em&gt;
    Publications de l’École française de Rome, Roma, 2017.[[/NOTA]],
    tanto meno ciò
    che vi è racchiuso deve
    essere oggetto
    di mercimonio. Va
    inteso così
    l’episodio evangelico
    della purificazione del
    tempio, che nella versione
    giovannea mette in
    apposizione
    le inconciliabili «case» del
    prezzabile e dell’inestimabile: «non
    fate della &lt;em&gt;casa&lt;/em&gt; del
    Padre mio una &lt;em&gt;casa&lt;/em&gt; di
    mercato!»[[NOTA]]«Μὴ ποιεῖτε τὸν
&lt;em&gt;    οἶκον&lt;/em&gt; τοῦ
    πατρός μου &lt;em&gt;οἶκον&lt;/em&gt;
    ἐμπορίου» (Gv 2,16). L’apposizione è
    mantenuta nella Vulgata («Nolite facere &lt;em&gt;domum&lt;/em&gt; Patris mei
&lt;em&gt;    domum&lt;/em&gt; negotiationis»), ma non nella trad. CEI 2008 («Non
    fate della casa del Padre mio un mercato!»).[[/NOTA]].
    Nel
    racconto di Marco si aggiunge
    un dettaglio:
    avendo visto il Cristo
    cacciare
    i cambiavalute dal tempio
    e uditolo proclamare
    l’inviolabilità della «casa di preghiera» (&lt;em&gt;οἶκος
        προσευχῆς&lt;/em&gt;),
    sacerdoti e scribi «cercavano
    il modo di farlo morire»[[NOTA]]Mc 11,15-18.[[/NOTA]].
    Se il sacrilego da mettere a
    morte è l’idoloclasta che rimuove il commercio dal tempio,
    significa allora
    che il commercio reclama a sé
    un culto simil-divino, che
    cioè
    la potenza
    creativa
    del plusvalore insidia la creazione dell’Onnipotente. Non
    si tratta
    di
    una dissacrazione fra
    le tante,
    ma di un
    antagonismo
    sacrale che ha plasmato
    la storia, come si vedrà nel seguito.

&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Va
    per
    inciso
    osservato
    che
    questa e altre dissacrazioni, tra
    cui
    senz’altro
    le
    tante che costellano l’era moderna, agiscono appunto
    nei termini surrogativi della
    &lt;em&gt;de-santificazione&lt;/em&gt;.
    Giacché non può infatti
    darsi
    un’antropologia
    senza spazi e riferimenti sacri – senza
    ciò
    che non è «in vendita» –
    per
    commerciare
    il
    sacro occorre
    allora
    liberarlo
    dall’àncora eterna
    che
    non
    ammette cambi né scambi, e
    da
    lì
    traslarlo
    nel
    dominio cangiante dell’immanenza civica.
    Anche
    in
    quest’ultima
    prosperano
    principi
    supremi, miti e
    testi fondanti,
    verità
    dogmatiche, liturgie,
    santi,
    tabù ecc.
    ma
    il suo pantheon è mobile come
    lo sono, di necessità, le circostanze
    e
    le opinioni del mondo. Sicché
    il
    «relativismo» tante volte denunciato è
    piuttosto l’ossimoro
    di un &lt;em&gt;assoluto relativo&lt;/em&gt;,
    di
    un’eternità a tempo, di un oltrevita mortale. Così
    è ad esempio
    la toponomastica urbana, sulle
    cui targhe
    si celebra
    la
    memoria «imperitura» di
    eventi
    ed eroi
    destinata
    a
    perire
    a
    ogni cambio di regime, o di idea.
    O le
    cronache convulse
    degli ultimi pochi anni, durante
    i quali
    si sono succedute sugli
    altari laici
    «salvezze»
    a
    cui occorreva di volta in volta sacri-ficare ogni
    precedente
    salvezza:
    ora
    la democrazia, ora invece
    i conti dello Stato a cui immolare la democrazia; ora la crescita
    economica, ora invece
    il
    «clima»
    a cui immolare la
    democrazia, i conti e
    la
    crescita; ora la salute pubblica
    a cui immolare tutto,
    anche
    la
    stessa
    salute.[[NOTA]]Alle
    ricadute sanitarie, oltreché politiche e
    sociali, dei
    provvedimenti adottati nel corso della
    proclamata pandemia del 2020-2022 ho
    dedicato la
    prima parte del
    libro &lt;em&gt;Governo
        virale. Dalla polis all’ovile&lt;/em&gt;,
    Arianna Editrice, Cesena, 2021. Ancorché
    rappresentato come una necessità conseguente,
    lo
    zelo con cui si chiedono e si impongono tali
    sacrifici costituisce la
    cifra
    dominante,
    se
    non
    unica,
    delle
    salvezze proposte e perciò
    anche
    la
    prova
    letterale
    di
    un
    &lt;em&gt;sacra
        faciere&lt;/em&gt;: di una sacralizzazione
    in atto.[[/NOTA]]
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La moneta non è sempre – o almeno non
    sempre in modo esclusivo e diretto – l’agente di queste
    trasformazioni, ma ne porta in seno lo stampo. Liquida e polimorfa,
    la sua essenza è il divenire, cioè l’essere perennemente in
    potenza tutto ciò con cui la si potrebbe scambiare. Essa corre e si
    trasmuta senza requie e senza una meta, se non appunto la meta del
    suo stesso affannarsi che ricalca l’acefalo ciclo delle vicende
    mortali. È ontologicamente bipolide: mentre da un lato
    impersona i valori, il possesso e il dominio del mondo materiale,
    dall’altro trasfigura quel mondo nell’astrazione del numero, cioè
    nella metafisica. La sua qualità è la quantità, ma diversamente
    dalle unità di misura può sostituirsi alle cose che mima e
    sfruttarne l’idea per apparire essa stessa una cosa: la cosa di cui
    è fatta ogni cosa.[[NOTA]]I pericoli di &lt;em&gt;credere&lt;/em&gt; in
    questa convenzione furono particolarmente avvertiti da &lt;strong&gt;Ezra Pound&lt;/strong&gt;:
    «Le nazioni hanno dimenticato le differenze tra animale,
    vegetale e minerale, ovvero la finanza ha fatto loro rappresentare le
    tre categorie naturali con un solo mezzo di scambio, negligendo di
    prendere in considerazione le conseguenze di un tale atto» (E.
    Pound, &lt;em&gt;Oro e Lavoro&lt;/em&gt;,
    in &lt;em&gt;Lavoro e Usura&lt;/em&gt;,
    Schweiller, Milano, 1954).[[/NOTA]]&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;center&quot;&gt;***&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In queste poche pagine non si può
    neanche lontanamente abbozzare una storia di come l’introduzione
    dei numeri e gli sviluppi della matematica abbiano inciso nelle
    vicende materiali e ideali delle civiltà[[NOTA]]Per
    un’introduzione al tema,
    cfr. ad
    es. G.
    Ifrah,
    &lt;em&gt;Histoire
        universelle des chiffres&lt;/em&gt;,
    Robert Laffont, Parigi,
    1994; o
    il più succinto L.
    Corry,
    &lt;em&gt;A
        Brief History of Numbers&lt;/em&gt;,
    Oxford University Press, Oxford, 2015.[[/NOTA]].
    Ci basta qui soffermarci sulle concenzioni attribuite a &lt;strong&gt;Pitagora&lt;/strong&gt; e
    alla sua scuola (V-IV sec. a.C.), il cui carattere fondativo è
    paradossalmente avvalorato dallo scarso rigore storiografico con cui
    le si è tramandate. In ciò sembra in effetti tradirsi l’intento
    degli antichi di trarre dalla nebulosa figura del samese un
    didascalico mito delle origini che racchiude in sé le aspirazioni
    prometeiche e le cadute di ogni civiltà del numero[[NOTA]]Per
    un informato tentativo di ricostruire il pensiero numerico della
    scuola pitagorica alla luce della critica antica e moderna, cfr. L.
    Zhmud, &lt;em&gt;All is number? Basic doctrine of Pythagoreanism
        reconsidered&lt;/em&gt;, in “Phronesis”,
    vol. 34, n. 3, 1989, pp. 270-292.[[/NOTA]].
    Secondo il mito, &lt;strong&gt;Pitagora&lt;/strong&gt; sarebbe stato il primo ad affermare la
    possibilità di descrivere il mondo nella sua interezza utilizzando i
    numeri, pare ispirato dalla scoperta delle proporzioni
    sorprendentemente esatte tra le frequenze degli armonici musicali. Ma
    la creduta universalità di quella chiave di conoscenza sarebbe stata
    presto messa in crisi dal suo allievo &lt;strong&gt;Ippaso di Metaponto&lt;/strong&gt;, a cui si
    attribuisce la scoperta che la diagonale di un quadrato non può
    essere misurata dal rapporto di due numeri naturali, e che dunque la
    sua idea è incommensurabile[[NOTA]]Sulle circostanze,
    le implicazioni e le fonti di questa scoperta, cfr. K. Von Fritz,
    &lt;em&gt;Discovery of Incommensurability by Hippasus of Metapontum&lt;/em&gt;,
    in “Annals of Mathematics”, vol.
    46, n.
    2, aprile 1945; F. Enriques
    (a cura di), &lt;em&gt;Gli Elementi di Euclide e la critica antica e
        moderna (Libro X)&lt;/em&gt;, Zanichelli,
    Bologna, 1932.[[/NOTA]].
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt; Il sogno razionalistico di comprimere la realtà nell’intelletto
    risolvendo la ferita originale del dualismo ontologico naufragava
    così contro lo scoglio dei numeri irrazionali. Gli effetti di questo
    trauma furono enormi: culturali (da qui sarebbe scaturita la dottrina
    platonica delle idee)[[NOTA]]Più
    di un secolo dopo, Platone faceva dire all’Ateniese de &lt;em&gt;Le leggi
    &lt;/em&gt;che l’ignoranza di questa
    scoperta «non era
    degna di uomini, ma piuttosto di maiali, e provai vergogna non solo
    per me, ma anche per tutti i greci»
    (§ 819).[[/NOTA]]
    ma anche «politici», svelandosi con esso l’infondatezza di una
    pretesa di dominio sapienziale raffigurato nella leggenda dalle
    attitudini sacerdotali del maestro e dall’esotericità del suo
    insegnamento, nonché dalla morte per annegamento che avrebbe colpito
    l’infedele &lt;strong&gt;Ippaso&lt;/strong&gt;.[[NOTA]]L’episodio
    è narrato
    in uno scolio al Libro X degli &lt;em&gt;Elementi&lt;/em&gt;
    di Euclide attribuito a &lt;strong&gt;Proclo Licio Diadoco&lt;/strong&gt;, che ne dà anche l&#039;interpretazione:
    «È fama che colui il quale per primo rese di pubblico dominio la
    teoria degli irrazionali sia perito in un naufragio, e ciò perché
    &lt;em&gt;l&#039;inesprimibile e l&#039;inimmaginabile avrebbero dovuto rimanere sempre
        celati&lt;/em&gt;». Ne fa cenno anche &lt;strong&gt;Giamblico&lt;/strong&gt; nella sua biografia di
    &lt;strong&gt;Pitagora&lt;/strong&gt;.[[/NOTA]]
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La tentazione «pitagorica» ha
    attraversato i secoli come un fiume carsico, fino a prorompere senza
    veli nell’evo moderno. L’antica Crotone rivive nelle corti del
    Rinascimento italiano, laboratori di un recupero che intercetta
    inevitabilmente anche le sorti del numero monetario, trovando anzi in
    esso parte delle sue ragioni. Quando, nel 1623, &lt;strong&gt;Galileo Galilei&lt;/strong&gt;
    scriveva ne &lt;em&gt;Il Saggiatore &lt;/em&gt;che il «grandissimo libro» dell’universo può intendersi
    solo mediante la «lingua matematica» non faceva altro che tradurre alla lettera il pitagorico &lt;strong&gt;Filolao&lt;/strong&gt;:
    «tutto quel che si conosce ha un numero: senza il numero non sarebbe
    possibile ne pensare, né conoscere alcunché».[[NOTA]]Framm. B4, in H. Diels, W. Kranz, &lt;em&gt;Die Fragmente der Vorsokratiker&lt;/em&gt;,
    Weidmann, Dublin-Zürich, 1952, Vol. 1, Cap. 47.[[/NOTA]].
    E quando rimetteva in arnese quell’antico sapere applicandogli
    l’etichetta all’apparenza più dimessa di «metodo», saltava a
    pie’ pari l’incidente di &lt;strong&gt;Ippaso&lt;/strong&gt; gettando le basi affinché da
    un’euristica dallo statuto incerto sorgesse una «metafisica della
    quantità» imbracciata da lì in poi da tutti i materialisti.[[NOTA]]


    A distanza di quasi quattro secoli non si è ancora giunti a una
    definizione di «scienza» univoca e coerente con la prassi, né è
    logico aspettarsi che ciò
    avvenga, trattandosi
    di un costrutto semantico che incorpora una
    visione dei
    destini umani
    irriducibile
    a una pretesa proceduralità tecnica (tra
    le critiche più recenti, v. P.P. Dal Monte., &lt;em&gt;La
        favola della scienza,&lt;/em&gt;
    in pubblicazione).[[/NOTA]]

&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma il terreno era stato preparato da tempo. Se
    già più di un secolo e mezzo prima &lt;strong&gt;Pico della Mirandola&lt;/strong&gt; aveva riproposto l’adagio pitagorico
    («Per numeros habetur via ad omnis scibilis investigationem et
    intellectionem»),[[NOTA]]&lt;em&gt;Conclusiones philosophicae, cabalisticae et theologicae&lt;/em&gt;,
    p. LXXXV
    (1486).[[/NOTA]]
    nel &lt;em&gt;De divina proportione&lt;/em&gt; (1509) di &lt;strong&gt;Luca Pacioli &lt;/strong&gt;leggiamo che «nella Sapientia ancora è scripto quod omnia consistunt
    in numero pondere et mensura,[[NOTA]]Sap 11,21: «… sed omnia in mensura, et numero et pondere
    disposuisti».[[/NOTA]]
    cioè che tutto ciò che per lo universo inferiore e superiore si
    squaterna quello di necessità al numero, peso e mensura fia
    sottoposto». La chiusa sorprendente di questo famoso passo («fia &lt;em&gt;sottoposto&lt;/em&gt;») sottende
    una rivoluzione. Se infatti &lt;strong&gt;Filolao&lt;/strong&gt; e i pitagorici «did not believe
    that all things are numbers, but rather that all things that are
    known are known through number»,[[NOTA]]«…
    and number in Philolaus appears in an epistemological but not
    ontological context» (C. A. Huffman, &lt;em&gt;Philolaus of Croton:
        Pythagorean and Presocratic. A Commentary on the Fragments and
        Testimonia with Interpretive Essays&lt;/em&gt;,
    Cambridge University Press, 1993).[[/NOTA]]
    ora invece «la concezione del neoplatonismo fiorentino, permeata di
    motivi pitagorizzanti e cabalistici, mentre con Platone riconosceva
    alla matematica la funzione di mediatrice fra l’idea e la materia,
    rivestiva poi il numero di quelle virtù di cui l’aveva cinto la
    gnosi dei cabalisti. &lt;em&gt;Il numero è il verbo immanente, la trama di cui
        il tutto è tessuto&lt;/em&gt;».[[NOTA]]E.
    Garin, &lt;em&gt;Storia della filosofia italiana&lt;/em&gt;,
    Einaudi, Torino, 1966, cap. XVII.[[/NOTA]]
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Da qui è facile scivolare in una gerarchia ontologica: non più la
    ricerca del numero nella realtà, ma &lt;em&gt;della realtà nel
        numero&lt;/em&gt;, fino appunto a pretendere che la prima «fia sottoposta»
    al secondo. Forse ispirati dalla numerologia cabalistica, quegli umanisti
    attribuirono al numero un rango superiore e causante che costituisce
    il motivo della &lt;em&gt;magica arithmetica&lt;/em&gt; di &lt;strong&gt;Pico della Mirandola&lt;/strong&gt; e
    della ricollocazione del pitagorismo nell’alveo di un’ininterrotta
    tradizione misterica.[[NOTA]]«Le
    nombre dont parle Pic [dans les
    &lt;em&gt; Conclusiones&lt;/em&gt;]
    n’est donc aucunement le nombre empirique, résultant de nos
    mesures; il est, comme chez Plotin, le nombre en soi, posé
    comme principe réel, &lt;em&gt;antérieur à la chose materielle&lt;/em&gt;
    (Enn. VI-vi, c. 9)» (L.
    Valcke,
    &lt;em&gt;Des
        Conclusiones aux Disputationes : Numérologie et mathématiques chez
        Jean Pic de la Mirandole&lt;/em&gt;,
    in “Laval
    théologique et philosophique”,
    41, 1, 1985, cit. in F.
    Buzzetta,
    &lt;em&gt; «Magia naturalis» e «scientia cabalae» in Giovanni Pico della
        Mirandola&lt;/em&gt;,
    Olschki,
    2019).
    Sulle
    pervasive
    influenze della cabala ebraica nel Rinascimento, cfr. F.
    Secret,
    &lt;em&gt;Les
        Kabbalistes chrétiens de la Renaissance&lt;/em&gt;,
    Arché, Paris, 1985 (seconda ed.); M.
    Idel,
    F.
    Lelli
    (a cura di),
    &lt;em&gt;La
        cabbalà in Italia (1280-1510)&lt;/em&gt;,
    Giuntina, Firenze, 2007.[[/NOTA]]
    Qui il numero non coincide più con la natura (&lt;strong&gt;Pitagora&lt;/strong&gt;) né vi allude
    (&lt;strong&gt;Platone&lt;/strong&gt;), ma dischiude una realtà di ordine superiore e divino
    (&lt;em&gt;arithmetica divina&lt;/em&gt;) secondo un principio che «affonda le sue
    radici nella concezione cabbalistica che assume le lettere ebraiche
    [e quindi i numeri a esse associati, n.d.A.] come le componenti del
    linguaggio cosmopoietico divino, cariche di potere performativo, con
    le quali è strutturata l’intera realtà».[[NOTA]]F.
    Buzzetta, &lt;em&gt;«Magia
    naturalis» e «scientia cabalae»…&lt;/em&gt;, cit.[[/NOTA]]
    Ciò però implica anche la tentazione oscura di una &lt;em&gt;magia
        illicita&lt;/em&gt;[[NOTA]]È stato osservato che la distinzione
    operata
    dai maestri bassomedioevali e rinascimentali tra la magia
        naturalis, che asseconda e
    illustra l’ordine naturale impresso da Dio, e la
     necromantia che
    lo sovverte
    non
    è sempre ben
    marcata, il
    che dà conto delle
    ripetute condanne ecclesiastiche.
    Cfr. P. Zambelli,
    L&#039;ambigua natura della magia: filosofi, streghe, riti nel
        Rinascimento, Il Saggiatore,
    Milano, 1991; ead.,
    Magia bianca, magia nera nel Rinascimento,
    Longo, Ravenna, 2004. Gli
    sforzi degli umanisti di coniugare
    la magia con la religione cristiana ricalcano quelli
    dei cabalisti medioevali che
    già dovettero
    confrontarsi con
    il divieto espresso
    nel Deuteronomio (18,9-11) e in
    numerosi
    altri passi biblici. Cfr. A. Di
    Nola, Magia e
        Cabbala nell’Ebraismo medievale,
    STEM, Napoli, 1964.[[/NOTA]] che usurpa le prerogative del Creatore per evocare
    realtà che si pretendono più reali e verità che si pretendono più
    vere di quelle accessibili ai sensi. Se il numero che descriveva il
    mondo ora lo norma e lo supera, esso può anche offrire i mattoncini
    di una poiesi magica nelle mani di un illusionista-demiurgo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Una siffatta ipotesi sarebbe azzardata se le
    civiltà occidentali non fossero poi effettivamente sprofondate in
    questo incantesimo, arrivando anzi a identificarvisi con orgoglio.
    Pur introdotta come un mero «metodo» di indagine dei fenomeni
    naturali, la scienza avrebbe presto reclamato un monopolio
    gnoseologico per cui tutto ciò che non è misurabile – cioè
    appunto non riducibile a un numero – deve essere favola, superstizione
    o sogno. E tutto ciò che i suoi addetti proclamano &lt;em&gt;per
        numeros&lt;/em&gt; deve essere vero anche quando non ha
    riscontro nell’esperienza – aneddotica, irrilevante, male
    interpretata ecc. – degli individui. Similmente, la statistica ha
    tradotto l’antica arte sovrana (&lt;em&gt;basiliké téchne&lt;/em&gt;)
    in una &lt;em&gt;Staatswissenschaft&lt;/em&gt; governata dai numeri[[NOTA]]«Der
    Begriff der sogenannten Statistic, das ist, der
    Staatswissenschaft einzelner Reiche…» (in G. Achenwall, &lt;em&gt;Abriß
        der neuesten Staatswissenschaft der heutigen vornehmsten
        europäischen Reiche und Republiken zum Gebrauch in seinem
        Academischen Vorlesungen&lt;/em&gt;, 1749). Giurista e docente a Gottinga,
    &lt;strong&gt;Gottfried Achenwall&lt;/strong&gt; (1719-1772) è considerato uno dei padri della
    statistica moderna.[[/NOTA]]
    che promette di restituire un riflesso ordinato e fedele dei
    fenomeni, mentre nella realtà li seleziona e li interpreta secondo
    le implicite gerarchie ideali che presiedono alla scelta delle
    metriche, e dunque li plasma tracciando il perimetro del pensabile e
    del necessario. Come ha limpidamente osservato &lt;strong&gt;Nikolas Rose&lt;/strong&gt;, il numero
    statistico crea uno «spazio fittivo» che imita la realtà affinché
    la realtà lo imiti: «It is clear – scrive – that such
    [statistical] numbers do not merely inscribe a pre-existing reality.
    &lt;em&gt; They constitute it&lt;/em&gt; […] The collection and aggregation of
    numbers participates in the fabrication of a “clearing” within
    which thought and action can occur. Numbers here delineate “fictive
    spaces” for the operation of government, and establish a “plane
    of reality”, marked out by a grid of norms, on which government can
    operate».[[NOTA]]N.
    Rose, &lt;em&gt;Governing by numbers: Figuring out democracy&lt;/em&gt;,
    in “Accounting, Organizations and Society”, Vol. 16. Issue 7,
    1991.[[/NOTA]]
    Nell’onirica società «data-driven» le masse si lasciano
    trascinare e costringere da una pletora di indici economici,
    elettorali, sanitari, sociali ecc. inaccessibili all’esperienza e
    si trovano così prigioniere di una caverna platonica sulle cui
    pareti scorrono percentuali e istogrammi gabellati per fatti
    «oggettivi» senza padroni, né interpretazioni, né intenti.

&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La conferma più chiara e recente di
    questo processo è la diffusione a tappe forzate delle tecnologie
    informatiche che, lontane dall’essere «rivoluzionarie», fissano
    piuttosto il capolinea obbligato di una &lt;em&gt;reductio ad numeros&lt;/em&gt;
    universale. La digitalizzazione che si è imposta in ogni ambito
    produttivo, amministrativo, ludico, creativo, relazionale ecc. è una
    numerificazione sia in senso tecnico, perché si esprime attraverso serie
    numeriche binarie, sia in senso letterale per la sua radice inglese
    &lt;em&gt; digit&lt;/em&gt;, che significa appunto «cifra».[[NOTA]]In
    modo ancora più trasparente, nei
    paesi di lingua francese si usano
    le parole
    &lt;em&gt; numèrique&lt;/em&gt;
    («digitale»)
    e &lt;em&gt;numérisation&lt;/em&gt; («digitalizzazione»).
    Mentre
    in quasi
    tutte le lingue la
    macchina digitale
    prende
    il nome dalle
    collegate
    operazioni
    di calcolo
    (ingl. &lt;em&gt;computer&lt;/em&gt;, it.
    &lt;em&gt; calcolatore&lt;/em&gt;, ted.
    &lt;em&gt; Rechner&lt;/em&gt;, sp.
    &lt;em&gt; computadora&lt;/em&gt; ecc.),
    nel 1955 la ditta IBM
    introdusse
    in Francia un neologismo che meglio illustra il sottotesto culturale
    di questa
    tecnologia: affinché
    il pubblico non
    considerasse
    i
    nuovi dispositivi
    come
    semplici
    macchine calcolatrici (quali in effetti sono), li
    fece
    ribattezzare
    &lt;em&gt; ordinateurs&lt;/em&gt;
    implicando così
    l’ambizione più
    antica di
    trarre dai numeri non
    una semplice utilità, ma piuttosto un
    &lt;em&gt; ordo&lt;/em&gt;
    in
    cui si
    trasfigura
    (si
    «virtualizza»)
    l’esperienza del
    mondo.[[/NOTA]]
    La foga con cui si estendono i campi di applicazione delle nuove
    tecniche, spesso contro ogni ragione di necessità e di buon senso,
    segnala il progetto di sostituire il creato con una sua più liquida
    ed evanescente – e perciò malleabile – rappresentazione
    numerica.

&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;center&quot;&gt;***&lt;br&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Tornando al nostro tema, la moneta ha non
    solo seguito queste vicende ma ne è stata l’apripista e in qualche
    modo l’archetipo, per la duplice essenza di cui si è scritto.
    Parrebbe un caso, ma non lo è, che quello stesso frate &lt;strong&gt;Pacioli&lt;/strong&gt; sia
    celebrato innanzitutto come economista, che molte delle
    sue questioni matematiche si indirizzino alla pratica mercatoria e
    che si debba a lui l’invenzione della partita doppia, strumento che
    diede ricchezza e gloria ai mecenati fiorentini e «five hundred
    years later […] continue[s] to provide the guidelines for recording
    economic activity in all the world’s great financial
    centers».[[NOTA]]Così
    scrive &lt;strong&gt;Jeremy Cripps&lt;/strong&gt; nella prefazione all’edizione inglese del
    c.d. «Trattato di partita doppia» contenuto nella &lt;em&gt;Summa De
        Arithmetica, Geometria, Proportioni Et Proportionalita&lt;/em&gt;
    (1494): L.
    Pacioli, J.
    Cripps (a cura di),
    &lt;em&gt;Particularis de computis et scripturis&lt;/em&gt;,
    Pacioli Society, Seattle, 1994.[[/NOTA]]
    Non è un caso che in quella stessa regione e in quegli stessi anni
    si consolidava il moderno sistema bancario e dunque il capitalismo,
    il cui seme gettato da un altro frate dello stesso ordine, &lt;strong&gt;Pietro di
        Giovanni Olivi&lt;/strong&gt;, era stato custodito dai confratelli di Santa Croce a
    Firenze.[[NOTA]]Figura
    complessa e carismatica legata al movimento degli Spirituali
    d’Occitania, il
    narbonese &lt;strong&gt;Pèire de Joan-Oliu&lt;/strong&gt; (1248-1298) insegnò
    teologia nello Studium francescano
    di
    Santa Croce tra il
    1287 e il 1289. Alcune
    sue
    tesi controverse gli guadagnarono la
    condanna postuma dell’Ordine e di papa Giovanni XXII. Nonostante
    i superiori
    avessero
    ordinato la
    distruzione di
    tutti i suoi libri, le
    forti
    e inequivocabili
    influenze che
    ha
    esercitato nel pensiero
    di &lt;strong&gt;San Bernardino da Siena&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;Sant’Antonino da Firenze&lt;/strong&gt; e altri,
    testimoniano
    il
    permanere delle
    sue opere e del
    suo lascito
    intellettuale nell’ambiente fiorentino. Cfr.
    M.
    C. Jacobelli,
    &lt;em&gt;La
        povertà francescana e il capitalismo medioevale negli scritti di
        Pietro di Giovanni Olivi&lt;/em&gt;,
    Miscellanea Francescana, Roma, 2014.[[/NOTA]]



    Nel &lt;em&gt;Tractatus de emptione et
        venditione&lt;/em&gt; (fine sec. XIII) l’&lt;strong&gt;Olivi&lt;/strong&gt; aveva aperto una breccia
    nella fin lì tetragona condanna del prestito a interesse
    riconoscendo nel «capitale» una qualità particolare di moneta in
    grado produrre un &lt;em&gt;valor superadiunctus&lt;/em&gt;, cioè altra moneta, a
    patto che fosse indirizzato a un fine socialmente utile e che fosse
    già asservito a un processo produttivo (&lt;em&gt;industria&lt;/em&gt;), sì che
    il suo prestito comportasse un &lt;em&gt;lucrum cessans&lt;/em&gt; lecitamente
    compensabile dall’interesse. Lo spunto fu sviluppato da altri
    teologi[[NOTA]]Mentre
    la tradizione
    francescana tenne ben ferma la condanna dell’attività finanziaria
    in
    sé (v. ad es. le prediche infuocate di &lt;strong&gt;San Bernardino
        da Siena&lt;/strong&gt;), questa trovò successivamente aperture in
    alcuni esponenti
    della Scuola di Salamanca, v. infra.[[/NOTA]]
    e sarebbe sfociato più tardi nella distinzione cattolica tra
    «capitale» e «capitalismo» formalizzata da &lt;strong&gt;Toniolo&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;Sturzo&lt;/strong&gt; e
    altri, sostanzialmente su basi morali.[[NOTA]]Per
    una succintissima panoramica, cfr. L. Barberi, &lt;em&gt;Il capitalismo non
        è un termine evangelico. Una breve riflessione “sturziana”
        rileggendo l’Enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI&lt;/em&gt;,
    in “Stato, Chiese e pluralismo
    confessionale”, 15 ottobre 2012 (&lt;a href=&quot;http://pdnt.link/4279&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;link&lt;/a&gt;).[[/NOTA]]
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Più che valutare la bontà e forse l’ineluttabilità di questa
    svolta pragmatica, qui interessa osservare come il nuovo criterio
    etico e teleologico abbia messo in ombra il senso e le conseguenze
    delle precedenti critiche all’usura, che erano invece di carattere
&lt;em&gt;    ontologico&lt;/em&gt;. Secondo la precedente tesi tomistica, se il valore della
    moneta coincide con il suo uso negli scambi («usus autem principalis
    pecuniae […] est distractio pecuniae in commutationes»), chiederne
    la restituzione, cioè la restituzione dell’uso, aggiungendo un
    ulteriore canone d’uso, cioè appunto l’usura è ingiusto perché
    in questo modo si vende ciò che non esiste («venditur id
    quod non est»).[[NOTA]]&lt;em&gt;Summa
    Theologica&lt;/em&gt;, II-II, Qu.
    78,
    Art.
    1. L&#039;Aquinate sviluppa l&#039;argomento proponendo gli esempi del vino, di cui si vende la cosa ma non l&#039;uso, e della locazione immobiliare, in cui si vende il consumo. Ma il denaro prestato, al contrario dei beni locati, non si deteriora (appunto, non si usura), sicché il suo uso è un bene inesistente o comunque&amp;nbsp;non negoziabile: è cioè il tempo, che nella visione medioevale è un universale che appartiene soltanto a Dio (il concetto fu poi messo in discussione dai saggi di Salamanca e particolarmente da &lt;strong&gt;Martin de Azpilcueta&lt;/strong&gt;, che sul valore del tempo fondò la prima giustificazione teologica dell&#039;attività finanziaria).[[/NOTA]]
&lt;/p&gt;&lt;p&gt;    Il capitale deve i suoi attributi esistenziali e «vitali» ai beni
    con cui è scambiato, dunque anche il seme lucrativo riconosciutogli
    dall’&lt;strong&gt;Olivi&lt;/strong&gt; è solo la traslazione impropria di una capacità
    creativa che è invece propria degli esseri viventi e del lavoro.[[NOTA]]La
    contrapposizione
    tra natura, lavoro e moneta è
    centrale negli argomenti medioevali &lt;em&gt;contra
    usuram&lt;/em&gt;. Per
&lt;strong&gt;    Dante&lt;/strong&gt; l’usuraio è
    da condannare perché «per
    sé natura e per la sua seguace [cioè
    l’arte, il lavoro]
    dispregia, poi ch’in altro pon la spene»
    (Divina
    Commedia, Inf. XI, 97-111).
    Le stesse categorie
    tracciano la linea tra
    investimento lecito e attività feneratizia
    illecita: nel
    primo caso vi è una partecipazione ai rischi e ai guadagni di
    un’opera produttiva
    «per
    modum societatis cuiusdam», nel secondo un trasferimento del
    rischio da cui il mutuante «non debet amplius exigere» (Sum.
    Theol.,
    ibi,
    Art.
    2).
    La
    finanza islamica adotta
    a
    tutt’oggi
    questa
    distinzione.[[/NOTA]]
   Il punto non è sofistico, perché mette in gioco l’equivoco di
    equiparare un fatto – la moltiplicazione delle sementi, la
    commercializzazione di un bene, la costruzione di un manufatto ecc. –
    a un’idea matematica.

    Pur
    nella sua variegata fenomenologia, il capitalismo
    può
    definirsi
    in
    effetti
    come un prodotto dell’inversione
    qui
    descritta,
    un
    incantesimo
    dove
    l’ombra
    cattura la cosa e
    il
    numero mima la
    vita per far
    sì che la
    vita
    lo insegua.
    Ma essendo il
    primo privo
    di limiti come lo sono i pensieri e i sogni, esso
    spinge
    la seconda
    a violare
    i suoi limiti fino
    all’esaustione.
    La
    moneta prestata
    è
    un programma che reclama obbedienza dettando
    alle risorse fisiche
    il proprio tasso di crescita a
    pena della confisca, della rovina e
    del disonore.
    E
    per
    estensione, ogni forma di pianificazione economica che preveda una
    marginalità
    – un business plan,
    un’obbligazione,
    un piano quinquennale – impone
    l’aerea volitività del numero alle
    carni,
    alle foreste e
    agli
    oceani. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Questo
    aggancio innaturale
    ha avuto conseguenze storiche
    evidenti.
    Per
    soddisfare l’aspettativa
    moltiplicatoria
    degli investitori l’era
    moderna si è votata
    allo
    sfruttamento sistematico delle risorse
    in uso e alla
    ricerca accanita
    di
    nuove risorse, come
    mai prima
    si
    era
    osato.
    In certi casi ciò che era già noto
    – il continente americano, i
    combustibili fossili, la forza del vapore ecc.
    – fu
    ribattezzato
    «scoperta» per
    creare
    l’illusione che fossero le cose a chiamare lo sfruttamento, e
    non viceversa.
    Sono
    sorte
    le industrie e le produzioni seriali, si è praticato il colonialismo
    e
    la
    «globalizzazione», si
    sono escogitate
    nuove tecniche e
    si
    è
    affidato alla scienza il compito di
    dar loro
    una
    dignità
    di
    sapienza.
    Da
    questa epopea sono
    scaturiti
    eccidi
    e sviluppo materiale, oppressione
    e liberazione
    secondo i tempi e le fasi,
    ma
    soprattutto la necessità
    di distruggere
    periodicamente
    i prodotti di
    una crescita destinata a saturarsi perché impossibilitata a reggere
    nel mondo fisico la riproduzione
    astratta
    del numero finanziario. Partendo
    da tutt’altre premesse,
    &lt;strong&gt;Karl
    Marx&lt;/strong&gt; attribuirà
    al capitale un’aspirazione
    riproduttiva «allargata» («erweiterte Reproduktion») che, pur
    mimando la riproduzione naturale, la spinge a ritmi insostenibili e
    distruttivi con la conseguenza
    di dilapidare
    le forze dell’ambiente
    e dell’uomo
    e
    di
    reclamare
    alla
    fine di ogni ciclo un
    punto di rottura – una
    guerra, una carestia, una crisi – per ricaricare sulle macerie
    il
    proprio potenziale.

    &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Anche
    la
    moneta,
    strumento di questo processo,
    avrebbe
    cercato
    di allentare
    i
    legami con il mondo fisico emancipandosi dal proprio sarcofago di
    metallo prezioso. Furono
    di nuovo
    i banchieri fiorentini a
    scindere nel
    secolo quindicesimo
    i due emisferi dell’intrinseco e dell’estrinseco diffondendo
    l’uso
    della
    «nota di banco», un
    titolo cartaceo
    commutabile in oro da
    cui sarebbero nate
    molto
    più
    tardi
    le
    banconote a corso legale.
    Affinché
    la carta numerata infondesse in
    tutti
    lo stesso senso di sicurezza e di brama
    che era
    prima della
    terra, dell’argento
    e dell’oro occorreva
    un’emittente universalmente credibile o almeno creduta, autorevole
    o almeno autoritaria. Occorreva cioè uno
    stato
    moderno
    in
    senso
    hobbesiano: capillare, burocratico, impersonale.
&lt;/p&gt;&lt;p&gt;    Nel
    corso
    del
    suo
    lungo esordio
    la
    banconota ha
    cavato pazientemente gli attributi dei
    metalli garantendo o
    comunque
    promettendo di potersi scambiare con essi
    alla
    stregua di un
    contratto
    circolante tra i portatori e il
    sovrano.
    Ma
    una volta affermatasi, ormai verso la fine del sec. XIX, la garanzia
    della convertibilità si fece
    eventuale
    e
    parziale (&lt;em&gt;riserva frazionaria&lt;/em&gt;) o
    fu addirittura
    sospesa (&lt;em&gt;corso forzoso&lt;/em&gt;). I
    fogli
    numerati scalpitavano, reclamavano
    la libertà di circolare e riprodursi, opponevano la loro velocità
    alla lenta
    materialità
    del sottosuolo, causando
    crisi
    e
    squilibri.
    Da
    lì la
    moneta
    cercò
    prima
    un’àncora fingendo una convertibilità indiretta: il
    &lt;em&gt;gold exchange standard&lt;/em&gt;, decretato
    a Bretton Woods nel 1944
    agganciava
    le
    valute
    a
    un
    dollaro
    formalmente
    commutabile
    in oro.
    Infine,
    dopo
    la
    stipula dei
    patti smithsoniani (1971) rescisse
    ogni vincolo
    con le riserve preziose.

    Si è
    molto
    scritto sulla necessarietà di queste
    annunciate
    evoluzioni
    per
    servire
    più agilmente gli scambi e le allocazioni dei capitali. Non
    occupandoci qui
    di tecnica economica, ne
    osserviamo
    invece
    i
    prodotti
    cognitivi
    e culturali.
    &lt;/p&gt;&lt;p&gt;La
    moneta emancipata è
    un’«idea materiale» che
    tintinna
    come
    uno zecchino
    e
    sugli schermi
    dell’&lt;em&gt;home banking&lt;/em&gt;.
    La
    sua metafora è
    un incantesimo quasi mai consapevole che
    si avvera per la credenza di tutti e
    in
    quella credenza
    fonda il
    perno ideale della presenza e dell’autorità statuale.
    Prima
    degli individui è infatti
    lo Stato monetiforme – o gli individui per il
    suo
    interposto
    simbolo
    – che rintuzza l’allucinazione
    monetocentrica. Stato
    e moneta si confondono in un uno simbiotico dove
    il primo garantisce la seconda e
    la
    seconda
    dà
    al
    primo identità,
    forma
    e
    potenza.[[NOTA]]Da
    qui ad es. il tentativo di fabbricare un nuovo soggetto nazionale
    «europeo» partendo proprio dall’istituzione di una moneta
    comune.[[/NOTA]]
    Il
    fulcro operante
    di questo incanto è
    la raccolta fiscale,
    che
    esigendo
    moneta da tutte le
    produzioni
    fa
    sì che tutti
    i
    prodotti
    esigano
    moneta. In
    questa chiave andrebbero meglio
    compresi
    l’accanimento, l’invadenza e la dispendiosità dell’odierna
    infrastruttura fiscale, altrimenti indecifrabili
    in una condizione in cui i
    biglietti di Stato sono, per gli stati che
    li emettono,
    appunto
    biglietti e
    non «risorse».
    Siccome
    una
    tale pressione non sarebbe
    giustificata
    neanche
    da
    altre possibili
    funzioni della tassazione – controllo dell’inflazione,
    ridistribuzione, governo delle esternalità, protezione
    del cambio
    e delle
    produzioni
    ecc. –
    occorre
    piuttosto
    considerare il ruolo che essa svolge nel preservare il primato
    semiotico
    della moneta, da un lato assoggettandovi le stesse autorità
    emittenti (che dunque
    giurano
    di dipendere
    dagli stessi finanziatori a
    cui concedono di operare),
    dall’altro
    adducendo la ragione fiscale per
    monetizzare anche ciò che non
    si esprimerebbe
    in
    moneta: doni, favori, scambi in natura, lavoro volontario,
    solidarietà famigliare.[[NOTA]]L’innaturalità
    di questo processo è ben dimostrata dall’istintivo raccapriccio
    che suscitano le periodiche notizie di sanzioni inflitte a chi
    beneficia del lavoro gratuito di famigliari e amici in cambio di
    utilità non monetarie.[[/NOTA]] Nessun
    rivolo di realtà deve sfuggire
    all’ologramma del quattrino, nessun valore può
    scalfirne il monopolio.[[NOTA]]Il
    «sommerso» che si dice
    di voler debellare per ragioni erariali
    non
    è altro, metafisicamente parlando, che il
    residuo di realtà non ancora assoggettato
    al
    numero.
    Per gli stessi motivi
    si
    forza la diffusione dei pagamenti elettronici a
    scapito della moneta contante, il cui vero «difetto»
    è quello di numerare solo il valore di scambio e non anche il
    comportamento
    e il
    carattere
    dei pagatori, come avviene invece con le registrazioni elettroniche
    delle transazioni.[[/NOTA]]
&lt;/p&gt;&lt;p&gt;    È
    dunque
    normale che per le persone così
    costrette
    il sottostante della moneta siano i
    beni e
    cioè
    la mera possibilità di mantenersi in vita. Ed
    è normale che
    i governi delegati
    a gestire e tutelare la
    vita
    monetizzata
    si
    esprimano
    solo
    con
    i
    glifi
    del soldo:
    preso a credito
    dagli investitori, reclamato con le imposte,
    sottratto
    dai
    contribuenti,
    elargito in rendite e sussidi, speso, investito, dilapidato,
    sufficiente
    o carente,
    troppo
    debole o troppo
    forte nel cambio,
    stanziato,
    ridistribuito,
    previsto,
    proiettato,
    auspicato,
    rivisto, contato e ricontato, squadernato
    e
    discusso nelle
    arene pubbliche. Come
    prima governavano i condottieri, così
    oggi
    si
    chiamano
    al
    trono
    gli economisti, i maghi
    tristi
    del sostituto
    numerico che
    pretende di essere
    e di
    costringere
    l’essere
    altrui.[[NOTA]]Oggi
    la disciplina economica è quasi universalmente percepita come una
    «scienza dei soldi» mentre, secondo tutte le definizioni, essa ha
    per oggetto le risorse materiali. Come la moneta ha impersonato le
    cose, così evidentemente la finanza ha impersonato l’economia.[[/NOTA]]

    &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ragionando
    astrattamente, la
    moneta-numero è
    un’agnostica
    convenzione
    di servizio che
    può
    servire
    ogni
    progetto
    – di
    sviluppo, di depressione o
    di
    conservazione, popolare o
    di classe. Ma
    affinché
    ciò sia
    possibile
    occorrerebe
    la
    consapevolezza della sua
    evanescenza, un freddo stacco dalla
    tirannide che esercita
    nella vita di ogni
    giorno.
    Abbonda
    invece
    l’illusione contraria: l’averle
    attribuito la
    prerogativa
    di
    surrogare tutte
    le
    cose naturali l’ha
    trasformata
    da servitrice in
    padrona,
    o
    meglio
    in
    servitrice
    di pochi e padrona di molti. Incarnando
    un ossimoro che può solo darsi nella prestidigitazione e nei sogni,
    essa
    si
    è
    fatta
    insieme idea
    per chi la
    comanda e
    materia per chi la
    riceve. E
    il
    perduto vincolo dei giacimenti l’ha
    liberata
    nelle mani di chi la
    riproduce,
    mentre
    un
    altro vincolo più potente e più oscuro l’ha
    resa scarsa secondo l’arbitrio
    dei
    suoi maghi.
    Come
    si addice all’autosufficienza delle cose divine e
    degli
    idoli che le ricalcano,
    il
    nuovo
    vincolo in
    questione
    non
    è
    altro
    che
    la moneta stessa[[NOTA]]Osserviamo
    alcune espressioni di questo delirante oruboro: ora «mancano i
    soldi» (e non le maestranze e le pietre) per costruire un edificio;
    ora «mancano i soldi» (e non le bende e i chirurghi) per aprire un
    ospedale; ora «non ci sono i soldi» (e non il cibo o le case) per
    aiutare
    gli indigenti;
    ora «si sprecano i soldi» (e non il tempo e le forze) in attività
    inutili; ora le terre ricche sono povere perché hanno preso in
    prestito i soldi.[[/NOTA]]
    e
    il
    nuovo oro con
    cui è forgiata è
    il credito,[[NOTA]]Sulla
    crezione creditizia della moneta, cfr. la sintesi divulgativa
    pubblicata
    dalla Banca di Inghilterra: M.
    McLay
    et al., &lt;em&gt;Money
    creation in the modern economy&lt;/em&gt;,
    in
    “Quarterly
    Bulletin”, Vol. 54, No.
    1, Bank
    of England, Londra,
    2014 (&lt;a href=&quot;http://pdnt.link/45390&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;link&lt;/a&gt;).[[/NOTA]]
    al
    quale
    spetta anche il compito di
    regolarne
    la
    proliferazione.
    Sicché
    la
    discrezione di chi la
    riproduce
    si
    fa
    legge
    di natura e dalla
    natura assume non
    solo i
    crismi della necessità
    ma
    anche
    il
    precetto di non violare i suoi limiti. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Così il credito si fa anche seme
    di concetti e corollari morali: la
    «credibilità» del
    debitore sottoposta a un giudizio (&lt;em&gt;rating&lt;/em&gt;),
    la «fiducia»
    degli
    investitori,
    la
    «sostenibilità» di
    un prestito,
    la «responsabilità» verso le generazioni future. L’usura
    così a lungo repressa è dunque davvero la culla e l’arnese di
    questa magia: culla
    perché il
    &lt;em&gt;valor superadiunctus&lt;/em&gt;
    oliviano
    ha
    dato
    vita e sostanza a ciò
    che era
    segno;
    arnese
    perché
    quel
    segno mima
    il privilegio e la scarsezza dei
    preziosi
    senza la fatica di cavarli
    dal suolo. Quella
    usuraia è un’aristocrazia di carta che
    domina affatturando, un sacerdozio neopitagorico
    del numero
    applicato agli averi.[[NOTA]]Alcune
    recenti
    correnti di pensiero politico si
    pongono
    l’obiettivo di esporre la natura convenzionale della moneta per
    promuoverne un utilizzo socialmente più equo. Per quanto corrette
    nell’analisi, queste lotte scontano a parere di chi scrive il
    vizio di confondere lo
    strumento col fine, di ignorare cioè che il primo nasce per servire
    un obiettivo
    gerarchico proprio di tutte le società, indipendentemente
    dal regime assunto.
    Come si
    racconta del principe Boromir, così l’ambizione
    di impossesarsi dell’anello magico forgiato dal
    nemico replica e rinforza i discorsi, le brame e gli obiettivi del
    nemico. Meglio sarebbe occuparsi dei bisogni senza
    concedersi
    alle sirene dell’economicismo.[[/NOTA]]

&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;center&quot;&gt;***&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;

    Fatta questa lunga escursione, possiamo finalmente riaccostarci all’analisi guènoniana per tentarne una lettura
    critica e allargata. Secondo il pensatore di Blois anche la moneta,
    come ogni prodotto materiale e ideale, avrebbe perduto il suo «valeur
    proprement qualitative» e «toute garantie d’ordre supérieur»
    per ridursi a essere «un signe d’ordre uniquement “matériel”
    et quantitatif».[[NOTA]]Qui
    e di seguito: R. Guénon, &lt;em&gt;Le Règne de la quantité&lt;/em&gt;…,
    cit.,
    Cap.
    XVI.[[/NOTA]]
    Ciò si evincerebbe anche dalla scelta di espungere dalla sua
    superficie i simboli tradizionali di cui sarebbe stata «littéralement
    couverte» nell’antichità. La tesi è condivisibile, a patto che
    si declinino più a fondo gli sviluppi di questo processo. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;È certo
    che la moneta moderna, surrogando e appiattendo tutte le qualità in
    una scala numerica, si sia fatta «représentation d’une quantité
    pure et simple». Eccepibile è casomai la sua materialità, in
    un’epoca come quella attuale in cui quasi tutto il denaro
    depositato e scambiato non ha forma fisica.[[NOTA]]Ciò
    nondimeno il denaro «dematerializzato» non esiste, se non appunto
    nell’aspirazione ideale alla finzione numerica. Lo stesso
    cyberspazio della moneta elettronica «is
    physical as all its components are physical. […] Each aspect of
    cyberspace may be experimented […]. All storage media are
    themselves commonsense objects. They are all objects which take up
    space and which may be directly perceived […]
    In this way, cyber-objects are ontologically dependent upon storage
    media for their existence» (D.
    Koepsell, &lt;em&gt;The
    Ontology of Cyberspace&lt;/em&gt;, Open
    Court Publishing Mathieu, Chicago, 2000).[[/NOTA]] Eppur tuttavia anche in ciò si confermerebbe la purezza del suo
    carattere quantitativo, il suo divenire mera contabilità spogliata
    di ogni portato simbolico che richiederebbe il supporto di un
    manufatto, o almeno di un’immagine. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;È proprio in questo
    nudo formalismo che lo spazio monetario si ripopola di nuove qualità
    non più proprie, ma riflesse. La moneta quantificata e
    quanticante allude alla materialità per ridurla a un’idea
    immateriale che si colloca nel dominio grigio del numero pacioliano,
    in quel «regno di mezzo» dove il numero non si limita più a
    contare ma vuole autorizzare, sostituire e ricreare la realtà che
    gli «fia sottoposta». Attestato il suo dominio, la moneta-idea
    vampirizza gli oggetti e le opere, da un lato svuotandoli e
    «commodizzandoli» in una quantità indistinta e seriale, dall’altro
    intitolandosi le loro qualità: merito, affidabilità, solidità,
    durevolezza, bellezza, ordine, autorità morale. Dal solo fatto che
    la qualità di un bene è percepita oggidì in ragione diretta ed
    esclusiva del suo corrispettivo monetario («on en est arrivé à ne
    “estimer” couramment un objet que par son prix») si ricava la
    prova regina di questo trasferimento.
&lt;/p&gt;&lt;p&gt;
    La moneta moderna inverte l’ordine
    aureo. Se in questo le menti erano sedotte dalla rarità e dallo
    splendore della materia, quella deve invece il suo potere materiale a
    una seduzione ideale. In tal senso andrebbe discussa l’affermazione
    del tutto contraria di G., secondo il quale la moneta avrebbe invece
    perduto «toute garantie d’ordre supérieur» e «l’influence
    spirituelle» di cui era tradizionalmente investita. La differenza
    qui sottintesa è tra l’investitura antica e l’usurpazione
    moderna del valore spirituale, come si evince nel
    prosieguo del testo. Secondo la concezione degli antichi, afferma
    l’autore, la moneta sarebbe stata infatti soggetta a «le contrôle
    de l’autorité spirituelle […] qui est, en définitive, l’unique
    source authentique de toute légitimité» sicché, ad esempio, le
    adulterazioni degli stessi sovrani – le stesse rese oggi
    strutturali dalla natura liquida e convenzionale del soldo bancario –
    erano aborrite come un crimine. Dunque «il faut conclure [...]
    qu’ils n’avaient pas la libre disposition du titre de la monnaie
    et que, en le changeant de leur propre initiative, ils dépassaient
    les droits reconnus au pouvoir temporel».

    Ciò che G. omette di denunciare sono le
    conseguenze più paradossali di questo
&lt;em&gt;    dépassement&lt;/em&gt;, cioè a dire l’invasione della moneta
    emancipata nel disertato campo dello spirito. Resasi &lt;em&gt;spiritus&lt;/em&gt; nel
    corpo – prima imponderabile come la carta, poi impalpabile come i
    byte – essa usurpa dello spirito le qualità metafisiche di
    ubiquità, onnipresenza, infinitezza[[NOTA]]Si
    traperò
    di
    un’illusione
    che sfrutta il limite delle facoltà sensoriali:
    «There are significant properties of bits which make them &lt;em&gt;seem&lt;/em&gt;
    special, namely their ease of
    transport and reproduction» (D. Koepsell, &lt;em&gt;The
    Ontology of Cyberspace&lt;/em&gt;,
    cit.).[[/NOTA]]
    e anche le sue funzioni di rappresentazione, immaginazione e
    giudizio. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Pur elevandosi sopra la natura, essa non può tuttavia
    rendersi soprannaturale ma è piuttosto &lt;em&gt;preternaturale&lt;/em&gt; come lo
    sono i prodigi che superano i vincoli del creato senza però
    trascenderlo. Una lunga tradizione teologica colloca nell’ambito
    della preternaturalità le qualità angeliche e gli interventi
    demoniaci: possessioni, malefici, fatture, divinazioni, false
    rivelazioni.[[NOTA]]«Il
    preternaturale – spiega l’esorcista Francesco Bamonte – è
    costituito da ciò che è proprio e naturale negli angeli buoni o
    cattivi. I fenomeni preternaturali, dunque, non sono &quot;fatti
    soprannaturali&quot; (come ad es. i miracoli), ma fatti
    entitativamente naturali, perché non sorpassano le forze naturali
    di un essere creato, ma solo quelle di qualche altra natura» (Messaggio
    ai Confratelli Esorcisti e Ausiliari, 2014).[[/NOTA]]
    Il preternaturale è il dominio della magia e quindi del numero
    magico, della &lt;em&gt;magia arithmetica&lt;/em&gt; e dunque del segno monetario.
    «Maxime praeter naturam» è la formula con cui l’Aquinate
    e i giuristi medioevali definivano l’usura citando la lezione
    moerbekiana della Politica di Aristotele.[[NOTA]]Sum.
    Theol., cit.; Sententia libri Politicorum,
    Lib. 1, Lec. 8. In ossequio al testo originale (&lt;em&gt;παρά&lt;/em&gt;) le
    traduzioni moderne rendono «contro natura», ma il Doctor Angelicus
    intendeva diversamente i due concetti: cfr.
    ad es. &lt;em&gt;De potentia&lt;/em&gt;,
    Qu.
    6, Art. 2;
    &lt;em&gt;Scriptum super Libros Sententiarum&lt;/em&gt;, II,
    Dis. 18, Qu. 1, Art. 3. Per
    contro, &lt;strong&gt;Nicola d’Oresme&lt;/strong&gt; condannava
    l’usura utilizzando
    indifferentemente
    entrambe
    le
    espressioni (&lt;em&gt;Tractatus de origine, natura, iure et
    mutationibus monetarum&lt;/em&gt;, Cap.
    XVI).[[/NOTA]]
    La riproduzione usuraria, epifania in atto del denaro-idea che
    «seipsum adauget», è innaturale ma non divina,[[NOTA]]Così,
    nell’allegoria collodiana, i «miracoli» promessi dall’omonimo
    campo, di moltiplicare gli zecchini che erano ivi sotterrati, non è
    che un miserevole inganno.[[/NOTA]]
    trascina la natura oltre i suoi vincoli costringendola ai ritmi del
    pensiero calcolante e al disordine dell’ingordigia.

    &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Da questi elementi ritengo si debba
    evincere il senso autentico del «contrôle de l’autorité
    spirituelle sur la monnaie» che si esercita non già per esaltare ma
    per subordinare, per imporre un freno o persino un esorcismo o, come
    si usa oggi dire, un &lt;em&gt;kathekon&lt;/em&gt; messo a guardia di una caduta
    affatto peculiare che porta impresso il segno della disgrazia
    adamitica. La «dégénérescence» monetaria disegna una parabola in
    cui il soldo prima aspira a un cambio ascendente di &lt;em&gt;genus&lt;/em&gt;  per
    farsi datore di vita e di qualità e solo dopo, in conseguenza e a
    causa di quella pretesa, precipita gli uomini nel deserto spirituale
    e nella confusione dell’idolatria. L’illusione di risolvere e
    assoggettare il mondo nel numero, che nella moneta &lt;em&gt;dégénérée&lt;/em&gt;
    e nella sua proliferazione feneratizia si compie, muove dalla
    stessa tracotanza di attingere dagli alberi dell’Eden e conduce
    alla stessa miseria di barattare il mistero per un teatro di ombre. È
    dunque appropriato che il compito di reprimere l’ambizione poietica
    della moneta spetti alle autorità religiose, come risulta dal fatto
    che i testi sacri e magisteriali di tutte le grandi fedi vietano
    l’esercizio del prestito a interesse.[[NOTA]]Per
    una breve rassegna (con bibliografia) cfr. A. M. Visser, A.
    McIntosh, &lt;em&gt;History of Usury Prohibition. A Short Review of the
    Historical Critique of Usury&lt;/em&gt;, in “Accounting,
    Business &amp;amp; Financial History”, luglio
    1998, pp. 175-189 (&lt;a href=&quot;http://pdnt.link/20683&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;link&lt;/a&gt;).[[/NOTA]]
    E si comprende perché questi divieti siano stati così spesso e così
    facilmente – e persino necessariamente! – elusi, trattandosi
    appunto non di norme di igiene civile ma di moniti metafisici contro
    le lusinghe degli idoli; non di avversare una pratica storica ma una
    categoria sempiterna dell’anima: la tentazione di sostituirsi al
    Creatore dominando le cose con il segno e schiacciando l’universo
    prossimo con l’onnipotenza semiotica e mercatoria della seconda
    bestia, quella che «obbligò tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri,
    liberi e schiavi, a farsi mettere un marchio sulla mano destra o
    sulla fronte. Nessuno poteva comprare o vendere se non portava il
    marchio, cioè il nome della bestia o il numero che corrisponde al
    suo nome».[[NOTA]]Ap
    13,16-17[[/NOTA]].

    &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Non è
    perciò utile
    seguire da vicino le glorie e gli inciampi degli strumenti di volta
    in volta prestati a questo
    intento.
    Più che sapere se le antiche tribù d’Israele abbiano mai praticato davvero
    la remissione giubilare dei debiti secondo le minuziose
    prescrizioni dettate da Jahvè nel Levitico,[[NOTA]]Lv,
    25. Cfr.
    Grillo, M., “Giubileo e remissione del debito: antiche istituzioni
    sociali e finanza moderna”, in &lt;em&gt;L’uomo e il denaro&lt;/em&gt;,
    Associazione per lo Sviluppo degli Studi di Banca e Borsa,
    Quaderno n. 57, 2016.[[/NOTA]]
    importa piuttosto cogliere il significato di quel precetto, che è
    quello di rimuovere periodicamente le metastasi e gli squilibri del
    valore figurato come fu prima necessario demolire la torre eretta dai
    popoli uniti
    nel Sennaar, affinché gli uomini non presumessero di occupare il
    Cielo e schiacciare la terra
    con un divino
    artefatto.
    Come
    illustra la
    fulminea risposta evangelica
    sulla liceità del tributo a
&lt;strong&gt;    Cesare&lt;/strong&gt;,[[NOTA]]Mt
    22,15-22; Mc 12,13-17; Lc 20,20-26.
[[/NOTA]]
    la moneta antica era insomma
    sì
    una cosa sacrale, ma proprio &lt;em&gt;affinché&lt;/em&gt;&lt;em&gt; non diventasse sacra&lt;/em&gt;,
    purché
    cioè
    le effigi – i numeri,
    i segni – di
&lt;strong&gt;    Cesare&lt;/strong&gt; non attentassero alle
    cose divine e gli uomini non li brandissero per imitare
    e manipolare il creato. È,
    questo, un inganno antico e potente che i farisei vollero
    tendere allo stesso Figlio di Dio «per coglierlo in fallo nelle sue
    parole». Un inganno di cui i
    moderni, spocchiosamente dimentichi di quella lezione, avrebbero poi fatto la loro bandiera.&lt;br&gt;&lt;/p&gt;</content><author><name>Il Pedante</name><email>ilpedante@riseup.net</email><uri>https://ilpedante.info/</uri></author></entry><entry><title>Arie pedanti (il libro)</title><id>arie-pedanti-il-libro</id><updated>2024-12-17 23:10:09</updated><rights>CC-BY-SA</rights><link href="https://ilpedante.info/post/arie-pedanti-il-libro"/><content type="html">&lt;p class=&quot;alert alert-warning&quot;&gt;Le Arie pedanti sono disponibili anche presso la libreria Aurora nelle sedi dell&#039;associazione Aurora a Campello sul Clitunno (PG), via Flaminia 32, e a Barasso (VA). Per informazioni: Ass.cult.aurora@gmail.com.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ho raccolto e stampato in volume le rime scritte nel triennio 2020-2022 («Arie del Rincoglionitico») e successive («Arie nuove»). Chi volesse ricevere una copia numerata e autografata può scrivermi all&#039;indirizzo ilpedante@riseup.net.&lt;br&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;
    &lt;a href=&quot;../assets/images/libro/libro-4.jpg&quot; data-toggle=&quot;lightbox&quot; data-gallery=&quot;libro&quot;&gt;
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    &lt;/a&gt;
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    &lt;/a&gt;





&lt;/p&gt;</content><author><name>Il Pedante</name><email>ilpedante@riseup.net</email><uri>https://ilpedante.info/</uri></author></entry></feed>